Lucia ha 30 anni, si è laureata in Filosofia, per anni ha vissuto di stage e collaborazioni temporanee e oggi lavora con un contratto a tempo determinato, dopo anni di attese e colloqui. «Non voglio essere un numero: voglio far capire che ciò che faccio serve», dice.
È una frase che potrebbero fare propria molti suoi coetanei. Oggi il lavoro non è più il modo per guadagnarsi da vivere, ma la ricerca di uno spazio di identità e riconoscimento. I dati ISTAT raccontano un quadro fragile: ad aprile 2025 la disoccupazione giovanile si attesta al 19,2%, quasi il triplo della media generale (5,9%), con punte che al sud superano il 35%.
L’Italia è il Paese dell’OCSE con la più alta percentuale di NEET, giovani che non studiano e non lavorano: quasi 1 su 5, circa 2 milioni di persone. Un dato che fotografa sia la precarietà del mercato, sia la sfiducia nelle istituzioni e nei percorsi formativi. Secondo un’indagine Eures per l’Agenzia Nazionale per i Giovani, il 63% degli under 35 occupati ha un contratto a termine, di apprendistato o di stage retribuito meno di 800 euro al mese. La cosiddetta “gavetta” è diventata un orizzonte indefinito, dove la possibilità di una stabilità economica e sociale resta lontana.
In Italia la qualità del lavoro giovanile mostra le maggiori fratture, in Germania il 79% dei giovani tra 20 e 34 anni è occupato stabilmente, da noi la percentuale scende al 62%. I contratti a tempo indeterminato tra gli under 30 sono solo il 29%, mentre crescono le formule ibride e temporanee. Stage, tirocini, collaborazioni e micro contratti creano percorsi frammentati: un “mosaico di esperienze” spesso non riconosciute (il 54% degli stage non viene rinnovato o trasformato in un contratto).
«Non è vero che i giovani non vogliono lavorare — spiega Maurizio Landini, segretario generale della CGIL —. Semplicemente non accettano stipendi da 700 euro o contratti che non danno dignità. Dire “no” è anche una forma di sindacato». Si rileva una frattura tra la rappresentanza tradizionale e un nuovo attivismo diffuso, con campagne digitali, movimenti tematici o esperienze cooperative.
Il cambiamento di sguardo è profondo. Se vent’anni fa il lavoro era la misura del successo sociale, oggi è una delle tante dimensioni di vita. In un sondaggio ANSA del 2024, il “lavoro stabile” compare solo all’ottavo posto tra le priorità dei giovani, dopo amicizia, libertà, rispetto e tempo per sé. L’idea stessa di “carriera” si trasforma in una ricerca di compatibilità: con la salute mentale, con il tempo personale, con la possibilità di sentirsi parte di qualcosa. Il problema è che il sistema produttivo italiano resta fondato su logiche verticali, con scarsa mobilità interna, poca valorizzazione del merito e poca partecipazione attiva alle decisioni aziendali.
Il mondo dell’istruzione, che dovrebbe facilitare il passaggio al lavoro, fatica a rispondere ai nuovi bisogni. Nel 2025, il 41% delle imprese dichiara difficoltà a trovare profili adeguati, tuttavia il tasso di disoccupazione giovanile resta altissimo. Una contraddizione che evidenzia il vuoto tra formazione, orientamento e realtà produttiva. «Chi proviene da contesti svantaggiati fa più fatica a riconoscere nella scuola o nel lavoro un’opportunità», sottolinea Rosina, coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo. Una crisi non solo economica, ma simbolica: se il lavoro non promette più futuro, rischia di perdere senso.
Tuttavia, cooperative giovanili, startup sociali, imprese etiche e progetti di innovazione condivisa stanno sperimentando modelli più partecipativi che provano a invertire la rotta. Alcune aziende adottano sistemi di welfare personalizzato, orari flessibili, momenti di decisione collettiva. In Emilia-Romagna, un programma di “apprendistato 4.0” lega formazione, tutoraggio e inserimento stabile: il 68% dei partecipanti ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato entro un anno.
La partecipazione non è più solo quella sindacale, ma anche quotidiana: nei luoghi di lavoro, nei progetti, nelle reti digitali. Le nuove generazioni chiedono di essere parte del processo, non solo esecutrici. Vogliono sentirsi viste. E quando questo non accade, se possono, non restano ferme: cambiano lavoro, città o settore. In questa cornice, i sindacati sono chiamati a reinventarsi con una “mobilitazione giovanile senza precedenti contro la precarietà”, ma resta il nodo di come intercettare chi vive forme di lavoro ibride, tra smart working, part-time e freelance. Alcune organizzazioni stanno sperimentando piattaforme digitali di rappresentanza, sportelli virtuali, gruppi di ascolto: timidi segnali di un nuovo modo di fare sindacato, più orizzontale e meno ideologico.
In Italia, intanto, la popolazione in età lavorativa calerà del 34% entro il 2060 (dati OCSE) e senza un rinnovamento delle politiche giovanili rischiamo un Paese invecchiato: non è solo questione di numeri, ma di visione. Occorre immaginare un patto nuovo tra generazioni, tra istituzioni e cittadini, tra impresa e lavoratore, per riconoscere il valore di ciò che si produce e costruisce insieme.
I giovani non chiedono assistenza, ma fiducia. Non vogliono “posti”, ma possibilità. Forse, il futuro del lavoro italiano dipenderà da quanto il sistema sarà capace di ascoltare questo messaggio e di trasformarlo in azione concreta, prima che il disincanto diventi resa.