Nel 1943 quando il governo Badoglio dichiarò unilateralmente che Roma era da considerarsi “città aperta” intendeva dire che la capitale non sarebbe stata difesa militarmente, lasciandola priva di mezzi difensivi e offensivi. Sperava così di salvarla dai bombardamenti o da altre azioni belliche. Come scoprirono i cittadini romani, la dichiarazione del governo italiano servì a ben poco. Da questa espressione deriva il titolo dell’omonimo film di Roberto Rossellini che consegnò all’immaginario collettivo una delle opere più celebri del neorealismo cinematografico italiano, grazie anche all’interpretazione dei suoi protagonisti: Anna Magnani e Aldo Fabrizi che, proprio grazie alla pellicola, guadagnarono notorietà internazionale.
“Città aperta”, Roma torna ad esserlo oggi per il Giubileo della Chiesa cattolica. Questo sembrano suggerire i curatori della mostra Città aperta 2025. Roma nell’anno del Giubileo promossa e organizzata dal VIVE – Vittoriano e Palazzo Venezia e visitabile fino al 28 settembre, che raccoglie gli sguardi di tre grandi fotografi italiani: Diana Bagnoli, Alex Majoli e Paolo Pellegrin. I racconti e le sensibilità dei tre professionisti si intrecciano offrendo una ricognizione fotografica dedicata all’anno giubilare 2025.
L’esposizione, ideata da Edith Gabrielli, Direttrice del VIVE e curata da Roberto Koch ed Alessandra Mauro, vuole essere un invito a cogliere, aiutati dallo sguardo dei fotografi l’essenza invisibile della città. Una storia e una sacralità intrinseche ai monumenti che costellano le vie Roma. Nelle strade cittadine storia, fede e contemporaneità si mescolano. Il visibile racconta una dimensione invisibile che in momenti particolari, come l’anno giubilare, affiora dalla superficie. A ogni ricorrenza la città si trasforma, si rinnova, accogliendo la novità e cristallizzandola all’interno della propria tradizione millenaria. Una tensione tra il suo spirito di accoglienza, il continuo mutare e divenire della storia e l’immutabilità, il silenzio delle sue istituzioni che nell’anno del Giubileo rende evidente ai suoi abitanti e visitatori.
“Paolo Pellegrin affronta Roma come un corpo vivo: con la sua fotografia intensa, scarna, attraversa zone d’ombra, bordi e crepe. Alex Majoli costruisce scene sospese tra teatro e realtà, restituendo una città in tensione tra ciò che è e ciò che rappresenta” si legge nell’introduzione alla mostra di Gabrielli. E aggiunge: “Diana Bagnoli entra nei luoghi dell’intimità, nei volti, nei dettagli che raccontano la città dall’interno. Tre visioni, tre scritture visive, tre modi di interrogare lo stesso spazio urbano”.
Ma città aperta significa anche aperta al mondo, alla diversità. Una città pronta ad abbracciare da milioni di fedeli di diverse provenienze, sensibilità e tradizioni. In mostra tornano spesso i volti dei pellegrini, come quelli raffigurati, assorti e supplicanti, da Majoli mentre salgono in ginocchio la Scala Santa. Ma ci sono anche le comunità cattoliche multietniche di Roma, raccontante da Bagnoli, in sequenze vivaci e colorate. Emergono invece dallo sfondo marmoreo, i volti dei credenti accorsi la sera in Piazza San Pietro e ritratti da Pellegrin mentre pregano per la salute di Papa Francesco. Dall’intreccio di sensibilità artistiche diverse e da diversi modi di fotografare emerge un ritratto contemporaneo e suggestivo del Giubileo a Roma.
Foto: visitatori all’interno dell’esposizione. Foto di Francesca Carenzi