Massimiliano Postorino è laureato in medicina e chirurgia, specializzato e dottore di ricerca in Ematologia. È ricercatore e professore presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Dal 2023 è il Direttore facente funzioni dalla U.O.C. Patologie Linfoproliferative del Policlinico Universitario Tor Vergata di Roma. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, negli ultimi anni si sta dedicando allo studio della Teologia presso il Pontificio Collegio Leoniano di Anagni. È Presidente dell’Associazione di promozione sociale Charity for Friends, che da 10 anni porta cibo due volte al mese ai clochard della stazione Termini di Roma e presta servizio come volontario presso la Casa Circondariale di Velletri.

Professor Postorino La ringraziamo per aver accettato di dialogare con noi. Iniziamo dalla sua esperienza negli anni di pandemia: come ha vissuto questo tempo e come ha visto cambiare il modo di fare medicina? La Telemedicina è stata d’aiuto e lo sarà ancora?

Grazie a Voi per l’opportunità di dialogo che mi state dando. Iniziamo con il dire che la pandemia ha rappresentato per ognuno di noi un periodo di profonda riflessione. Nel 2020, improvvisamente, ci siamo resi conto che tutte le nostre conquiste mediche non servivano e ci siamo ritrovati soli, persi, indifesi, vulnerabili e insignificanti davanti un evento così grande e inaspettato. Inevitabilmente abbiamo riflettuto sul senso della vita, sulla fragilità umana, sulla socialità: tutto è stato messo in discussione. Se da uomo di fede ero convinto dell’eternità umana, da medico clinico più che la morte, mi spaventava la sofferenza che vedevo nei Fratelli colpiti dal virus e l’associata impotenza di poterli aiutare. Ricordo bene lo sguardo impaurito dei miei specializzandi e i molti colleghi che per contagio lasciavano le corsie dell’ospedale, nonostante volessero continuare ad aiutare. Ricordo le battute e i sorrisi dolci/amari necessari a farci resistere ai turni massacranti e alla consapevolezza che sarebbero potuti essere gli ultimi istanti di alcuni pazienti. In questa battaglia, contro un nemico invisibile, soli e senza linee guida, spesso privi di dispositivi validi di sicurezza, abbiamo cercato di proteggere i colleghi giovani o con famiglia, in molti casi confidando solo nel Signore. Non so se questo sia arrivato all’opinione pubblica, ma so che dopo gli osanna di quei giorni, in molti sono tornati a criticare con ostile avversione la sanità pubblica. In quel periodo, in una branca della medicina come l’oncoematologia, che richiede periodici controlli e vicinanza umana al paziente, l’utilizzo della telemedicina è stato fondamentale. Il constante contatto con i pazienti attraverso videoconsulti, email e telefonate (ndr. sono state circa 3828 visite cliniche telematiche e 11.484 contatti integrativi successivi effettuate della UOC di Oncoematologia del Policlinico Tor Vergata[1]) ha dato la possibilità di continuare a prestare l’attenzione necessaria al singolo paziente. Tuttavia, non possiamo dimenticarci che la medicina è un’arte che nasce dal sapere e dall’empatia, generate dall’ esperienza del contatto umano, dell’incontro con il paziente e di tutti quei momenti umani che precedono la diagnosi e la cura. Quindi la telemedicina sicuramente sarà uno strumento necessario per il futuro, ma non dovrà mai sostituirsi al fattore umano.

In un’epoca di difficoltà economica è necessario che anche il sistema nazionale sanitario adotti strategie per ridurre i costi. Secondo Lei, da clinico e da dirigente, è ancora possibile una sanità economicamente sostenibile che abbia la Persona come il fine del proprio agire?

Sicuramente è possibile una sanità pubblica economicamente sostenibile, ma è necessario reinterpretare il concetto di cura, rimettendo al centro la Persona. In generale la sanità non deve avere solo l’obiettivo di guarire la malattia, attendendo che essa mostri la sua completa gravità, ma deve prevenirla, accorgersi di essa nelle fasi iniziali, così da permettere di agire tempestivamente. Le campagne di prevenzione per tumore del colon e della mammella lo hanno insegnato. Il famoso aforisma del Dott. Ramazzini “meglio prevenire che curare” è valido sia per i pazienti, sia per l’economia sanitaria. I medici di base devono avere la possibilità di eseguire screening di prevenzione, periodici e relativi all’età per i propri assistiti e il costo dei controlli si ammortizzerebbe nel tempo: ben presto la spesa iniziale si tradurrebbe in un guadagno. Sicuramente sarebbe utile, lì dove già non succede e come è stato fatto, in parte, durante la pandemia, che le Case Farmaceutiche dedicassero parte dei ricavi della vendita dei farmaci alla ricerca, al fine di prevenire la malattia, che il farmaco stesso deve poi curare. Infine, la classe medica dovrebbe ritornare allo spirito originale della vocazione medica, rifuggendo da speculazioni economiche che rendono i costi di una visita insostenibile rispetto agli stipendi medi delle persone. A tal proposito, auspicabile ma complesso, sarebbe la formazione di un patto sociale che attraverso il sistema sanitario pubblico, consenta, con il supporto gratuito delle assicurazioni, la prevenzione e le cure per la parte di popolazione meno abbiente.

Lei è stato ospite come relatore al Convegno Nazionale di Pastorale della Salute, può dirci di cosa avete parlato e quali sono le novità emerse dal dibattito?

Il congresso nazionale Cei della salute ha cercato di evidenziare la criticità del sistema sanità, evidenziando gli ambiti in cui fattivamente la Chiesa supporta con strutture, associazioni o volontariato, la sanità pubblica. L’apporto silenzioso e sconosciuto della nostra Chiesa nell’assistenza ai malati è consistente e credo sia importante che tale ruolo venga evidenziato, in quanto è necessario far comprendere a tutta la popolazione che i cristiani sono presenti in tutti gli ambiti del dolore e della sofferenza e che tale apporto non è scontato, né dovuto, ma origina dal messaggio di Amore di Gesù. Questo esige che tutti noi operatori sanitari dobbiamo incarnare lo spirito del Maestro, che venne per servire e non per essere servito, per guarire e sanare non per cercare approvazioni personali. Per questo sottolineo l’importanza di continuare a mettere la Persona al centro e non la malattia: Umanità ed Umanesimo sono la base della carità cristiana e tutti devono riconoscerci da come sappiano amare e curare i nostri pazienti. Certamente non potremo guarire tutti, ma il nostro mandato è quello di prendersi cura di ogni malato, non dimenticando la sua famiglia.

 

La Fede e l’impegno sociale sono molto presenti nella Sua vita, ci può raccontare la Sua esperienza?

Tutto origina dalla mia conversione, avvenuta circa a 32 anni. Sono stato sempre credente figlio di credenti, ma la mia Fede era lontana, divisa dalla mia vita reale. Sono stato un ragazzo impegnato nella vita della parrocchia, ma ho vissuto il servizio come un volontariato fine a se stesso, la mia conoscenza del messaggio evangelico era frammentaria e catechistica, quasi una bella favola per bambini mai cresciuti. La svolta fu quando ho partecipato, in prima persona, ad una importantissima ed innovativa esperienza clinica nell’ambito del trapianto del midollo, che è stata in grado di cambiare, in tutto il mondo occidentale, la storia clinica dei pazienti affetti da gravi tumori ematologici. In questa occasione, la mia mente scientifica mi impose di analizzare la mia Fede e la scienza mi portò alla Fede. Ho fatto mia la frase agostiniana “Credo ut intelligam, intelligo ut credam” e quando la mente ha accettato la Fede ho iniziato a vivere il Vangelo in ogni ambito della mia vita, nel lavoro come nell’insegnamento, nel tempo libero nella ricerca e nel servizio. Ho cambiato il mio modo di vivere la scienza e la vita medica e ho iniziato ad andare da chi era malato, affamato e carcerato. Ho iniziato il servizio fra i poveri di strada a Termini e in carcere per ascoltare e aiutare. Oggi sono convinto che tutto il Servizio (cristianamente inteso) deve essere fondato sulla Misericordia, altrimenti è un volontariato civile e sociale che finisce lì dove comincia l’autoconservazione di se stessi.

Da Professore, Medico e Credente quali consigli si sente di dare ai giovani che si affacciano sul difficile mondo della sanità italiana? E come vede l’Arte della medicina tra 30 anni?

Dico sempre ai miei giovani studenti o specializzandi: il giorno che dimenticherò l’attenzione per il singolo paziente, toglietemi il camice, perché nulla di quello che dirò o farò avrà più valore per voi. Quello che mi sento di dire ai giovani è di amare l’arte medica, che non è scienza pura, ma esperienza, passione, empatia, contatto. Non dimenticate mai che la Vocazione medica non è per la pura conoscenza, ma per la cura di tutta la Persona. Questo significa essere Medici. Quindi, giovani, studenti o specializzandi, siate medici e non solo dottori, ponete al centro l’uomo e la sua trascendenza, perché dietro quella materia (riciclabile e destinata a perire) c’è un’anima (per i credenti) e un’identità (per gli atei), unica e irripetibile nata da un atto di amore e destinata ad essere amata fino alla fine.

[1] Telemedicine as a Medical Examination Tool During the Covid-19 Emergency: the Experience of the Onco haematology center of Tor Vergata General Hospital in Rome, pubblicato in Int J Environ Res Public Health. 2020 Nov 27