Importante test sul sistema dei servizi pubblici nel mezzogiorno è rappresentato dal Rapporto Sud di Svimez. Un documento di per sé esaustivo e pregnante che promuove il mezzogiorno: conferma, complessivamente, la ripresa dell’economia meridionale, oltreché il forte impatto occupazionale delle utility nel sud Italia. Questo dato risulta significativo perché, certifica la definitiva e progressiva industrializzazione di un settore che, nonostante le riforme degli anni ’90, comunque è rimasto marginale a lungo. È pacifico sostenere che lo sprint finale volto a rafforzare il processo di industrializzazione è indubbiamente riconducibile al PNRR. Infatti, prendendo ad esempio il settore idrico, questo obiettivo soltanto concepito con la c.d. legge Galli è stato partorito con la Missione 2- Componente 4 del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza: una gestazione di 30 anni circa.
Certamente, le criticità legate alla governance non sono state risolte del tutto in molti territori, ma sono sempre di meno i Comuni che si barricano dietro una gestione non conforme di questi servizi. Affidare il servizio idrico integrato o quello di gestione rifiuti urbani, tenendo conto dell’obiettivo di fondo rappresentato dalla realizzazione di economie di scala e di una gestione efficiente degli investimenti è diventato il mantra per tutti gli enti di gestione degli ambiti ottimali. Questo accade anche per un altro motivo su cui risulta interessante indagare: soddisfare le c.d. condizioni abilitanti ambientali. Si tratta, in estrema sintesi, dei requisiti che le regioni devono adottare per poter fruire di specifici fondi europei. Conseguentemente, il mancato soddisfacimento delle suddette condizioni, comporta forti ripercussioni finanziarie su progetti e cantieri. Questo meccanismo, come si può evincere nonostante lo sforzo compiuto per descriverlo in maniera sintetica, è viziato dalla solita discrasia tra teoria e prassi.
Il soddisfacimento di una condizione abilitante, infatti, implica di per sé una regolarità cartolare che “sblocca” il finanziamento, ma non garantisce una conformità della gestione sostanziale del servizio. Un caso emblematico è la Calabria: carte apposto, sia per l’idrico che per i rifiuti, ma innumerevoli gestori sparsi per i territori riuniti in un unico ambito ottimale. Discorso simile per la Puglia. Ma se si aggiunge l’estrema vulnerabilità del sistema infrastrutturale (che provoca perdite d’acqua e cumuli di sacchetti neri) si può dedurre agevolmente che i governi di queste due regioni meridionali hanno fatto bene i compiti a casa richiesti dall’Europa, ma che a livello locale non si vedono i risultati programmati. La Sicilia non versa in una situazione virtuosa, mentre la Basilicata si colloca in un limbo.
Ma è la Campania che merita un approfondimento, perché funge da cartina di tornasole dei gangli della programmazione europea. Sul lato dei rifiuti, l’immaginario collettivo ha rimosso i cumuli di sacchetti per le strade di Napoli ed i passi da gigante compiuti dalla Regione Campania relativamente alla realizzazione degli impianti necessari alla chiusura del ciclo rendono la famigerata sanzione europea sempre più ingiusta. Unico neo è l’immobilismo, incolpevole in alcuni casi, degli enti locali competenti circa l’affidamento del servizio. Sul versante della gestione dell’acqua pubblica, invece, si vedono gli uffici regionali impegnati tenacemente negli ultimi due anni, esercitando poteri sostitutivi sull’ente rappresentante dei comuni, ad affidare la gestione del servizio idrico integrato nei vari distretti. Eppure, gli sforzi messi in campo potrebbero risultare vani a causa delle resistenze legate ai comuni. Problemi pratici, di carattere finanziario o meramente politico, che se non vengono superati incidono direttamente sul mancato soddisfacimento della condizione abilitante. Le medesime criticità rendono inadempienti anche regioni del centro-nord (come Marche, Piemonte e Toscana).
Si tratta essenzialmente di un nodo gordiano che genera solo iniquità sia tra utenti/cittadini, che tra amministrazioni pubbliche della stessa nazione. La soluzione viene suggerita nel Rapporto Sud: la collaborazione tra regioni e Governo per risolvere problemi concreti. Senza una strategia unitaria, si rischia di effettuare spese irregolari oltreché la decertificazione dei fondi europei, anche in contesti virtuosi.