Cosa sono le relazioni? Ognuno di noi ha una sua idea, una propria definizione, eppure ogni giorno sono al centro della nostra vita.
Nel primo incontro di Comunità di Connessioni, tenutosi a Roma il 15 marzo 2025 nell’ambito del programma annuale di formazione politica, abbiamo evidenziato come le relazioni rivestano, anche, un ruolo importante e necessario nello sviluppo di politiche, economie e culture. I rapporti tra Stati, enti sovranazionali, organizzazioni internazionali e attori non statali sono la chiave per affrontare le sfide globali e costruire un ponte per il futuro.
Considerando che sono nata nel 2000, per me (e non solo) l’Unione Europea ed il senso di democrazia che essa porta sono normalità; tuttavia si danno per scontato la pace, perché fortunatamente non si conosce la guerra, e la stessa democrazia, perché i totalitarismi del vecchio continente sono solo un ricordo per chi li ha vissuti e materia di storia per gli altri.
L’Europa è un sogno che ha avuto origine dalle macerie della guerra, ponendosi come speranza di un futuro pacifico. Diverse culture “unite nella diversità”, ma mosse da un unico sentimento, appunto, di Pace e Democrazia, lanciano una sfida: diventare un tutt’uno, una stessa organizzazione politica ed economica.
Negli ultimi anni è però venuta meno la visione comune e sembra che gli obiettivi dei singoli Stati debbano comunque prevalere. La stessa Unione Europea viene percepita non come una risorsa per il nostro sviluppo, ma come, una tecnocrazia chiusa all’interno della sua torre d’avorio che frappone ostacoli alle libertà dei cittadini.
La nuova narrativa europea dovrà, pertanto, essere incentrata al superamento di quei paradigmi palesemente distorsivi della visione unitaria, che ancora oggi nuocciono alla percezione dell’Europa come spazio comune ove esplicare e rafforzare quelle diversità che la compongono e nutrono. Essa dovrà:
Primo, rafforzare la dimensione comunitaria, non con l’intento di sostituire gli Stati membri, ma amplificando la loro azione, promuovendo un modello che si basi sulla solidarietà e su un’integrazione efficace tra gli Stati stessi.
Secondo, trasformare le intenzioni in azioni concrete, riconoscendo l’intreccio tra economia, ambiente e benessere.
Terzo, potenziare la formazione, introducendo l’educazione civica europea, per formare cittadini consapevoli della loro identità europea.
Nell’era dolce il medico rimpiazza il guerriero, la pietà del buon Samaritano succede alla spietatezza di Napoleone; gli antichi ideali della forza e del coraggio hanno ceduto il passo alla cura che mira a proteggere i deboli, anche se lo strepito dei violenti non smette di trovare consenso; il passato non era certo meglio di oggi, narra il filosofo Francese Michel Serres, ma è nelle nostre mani far sì che il futuro non sia peggio. La storia ci insegna che non servono muri e separazioni ma bisogna avere la capacità di cooperare.
La sfida dei prossimi anni consisterà nella soluzione dei conflitti attraverso l’intervento reale della diplomazia, riconoscendo l’importanza che riveste (o, meglio, dovrebbe rivestire) il dialogo tra le Nazioni e i Popoli: l’unica strada efficace da percorrere per evitare lo scontro armato che non risolve i conflitti, anzi li aggrava.
Il sogno europeo deve crescere, rinnovarsi, per cambiare sempre in meglio le nostre vite. L’Europa bisogna amarla perché solo amandola la si può rendere migliore.