Ogni italiano utilizza circa 215 litri di acqua al giorno per le proprie necessità quotidiane. Secondo uno studio di The European House Ambrosetti del 2025, con questo dato l’Italia è uno dei paesi europei con il maggior consumo pro capite. Non è solo l’uso persona ad essere alto. Anche i dati relativi al water footprint, l’indicatore ambientale che misura il volume totale di consumo diretto o indiretto d’acqua dolce per produrre beni e servizi, sono significativi. Nel nostro paese l’impronta idrica annuale arriva a 130 miliardi di metri cubi, il valore più alto in Europa.
Dall’agricoltura alle pulizie, dalla cura della persona all’energia, fino all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Non esiste un’attività umana in cui l’oro blu non svolga un ruolo fondamentale. Eppure, l’ultimo report pubblicato nel 2026 dall’Institute for Water, Enviornment and Health della United Nations University (UNU-INWEH), intitolato Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era, parla chiaro: l’umanità sta consumando le risorse d’acqua oltre la capacità di rigenerazione. Siamo arrivati alla bancarotta idrica globale, uno scenario diverso da una crisi temporanea. La risorsa è stata talmente sfruttata da aver oltrepassato il punto di non ritorno. Il problema è diventato cronico, praticamente irreversibile. In futuro i sistemi idrogeologici non saranno in grado di sostenere le attività umane portando a conseguenze imprevedibili sia del punto di vista economico sia ambientale.
Già oggi si vedono le conseguenze dell’esaurimento delle risorse: circa 4 miliardi di persone sono esposte, almeno per un mese durante l’anno, ad una situazione di grave scarsità d’acqua. “Miliardi di persone – si legge nel rapporto – rimangono in condizioni di insicurezza idrica. Quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in Paesi classificati come insicuri o con insicurezza idrica critica”. E ancora: “Circa 2,2 miliardi di persone non dispongono ancora di acqua potabile gestita in modo sicuro, 3,5 miliardi non dispongono di servizi igienico-sanitari gestiti in modo sicuro”.
Negli ultimi anni sono scomparsi quasi 410 milioni di ettari di zone umide (una superficie simile a quella dell’Ue) e più della metà dei laghi hanno perso livelli d’acqua. Un fenomeno che viene sottolineato dall’UNU-INWEH è anche l’eccessivo sfruttamento delle falde acquifere: il 70% delle riserve sotterranee globali è sotto stress a causa della sovra estrazione. Il costo economico di questa crisi è altissimo. I danni legati alla siccità e all’esaurimento delle scorte nel sottosuolo costano circa “307 miliardi di dollari all’anno in tutto il mondo, una cifra superiore al PIL annuo di quasi tre quarti degli Stati membri delle Nazioni Unite”.
Uno dei settori economici che potrebbe pagare il prezzo più alto è l’agricoltura, un’attività che da sola consuma circa il 70% dell’acqua dolce disponibile. Attualmente oltre 170 milioni di ettari di terreni coltivati e irrigati sono sottoposti ad alti livelli di stress idrico. Per questa naturale dipendenza dalle risorse acquifere, un’eventuale “bancarotta” potrebbe avere conseguenze gravi sulla sicurezza alimentare di molte popolazioni. A subire le ripercussioni più gravi, secondo le stime dell’Istituto, saranno i contadini e i piccoli imprenditori del settore, i gruppi indigeni che vivono in stretto contatto con la natura e praticano un’agricoltura di sussistenza e gli abitanti di zone urbane con un reddito basso.