Negli ultimi tempi, una parola giapponese, purtroppo, ha trovato utilizzo anche da noi, in Italia: hikikomori. Ragazzi che si ritirano dalla vita sociale, certo i social network non sono la causa unica, ma diventano l’ambiente perfetto per la solitudine: non chiedono di esporsi davvero, non obbligano allo sguardo dell’altro, non pretendono presenza fisica. L’Europa ha iniziato a interrogarsi sull’accesso dei minori ai social network, non da un’aula parlamentare, ma proprio dalle stanze illuminate dalla luce blu di uno schermo.

Negli ultimi anni, gli Stati membri hanno cominciato a muoversi con una consapevolezza nuova: i social non sono più solo strumenti di comunicazione, ma ambienti di crescita, luoghi in cui i ragazzi imparano chi sono o chi vorrebbero essere. E quando un contesto è così potente, lasciarlo senza regole diventa una forma di abbandono.

Dal punto di vista giuridico, il nodo è chiaro: l’età. L’Unione Europea già oggi prevede che sotto una certa soglia, sia necessario il consenso dei genitori. Ma questa protezione, nella pratica, è fragile. Basta una data falsa, un clic distratto, e un bambino entra in uno spazio pensato per adulti, governato da algoritmi che non conoscono la vulnerabilità della persona.

La Francia è stata tra le prime a dirlo ad alta voce, affermando che sotto i 15 anni, i social non sono un diritto automatico. Non basta il consenso formale di un genitore cliccato in fretta; lo Stato vuole che l’accesso sia davvero bloccato, tecnicamente, per proteggere chi non ha ancora gli strumenti emotivi per reggere l’esposizione continua al giudizio online. La proposta ora passa al Senato e se approvata, la Francia sarà il primo Paese a legiferare in materia.

Nel Nord Europa emerge un’altra esigenza: come proteggere senza controllare troppo? Germania e altri Paesi riflettono su strumenti che difendano i minori senza violare la loro privacy, consapevoli che anche l’eccesso controllo può generare chiusura, sfiducia, isolamento. È un equilibrio difficile da conciliare.

Nel nostro Paese, il diritto oggi si affida ancora al consenso genitoriale sotto i 14 anni, ma cresce la consapevolezza che firmare un accesso non significa accompagnare una crescita.

Il Parlamento europeo è orientato a prevedere un’età minima di 16 anni, mentre la Commissione chiede alle piattaforme di ripensare i loro meccanismi di accesso, è un tentativo di conciliare, ma anche di affermare un principio: i diritti dei minori non finiscono quando si accende uno schermo. L’Europa non parla di censura, parla di tempo. Non discute di punizione, discute di cura. È come se gli Stati, ciascuno a modo suo, stessero dicendo ai più giovani: non dovete crescere sotto pressione, non occorre fare esperienza di tutto, subito.

Il diritto, qui assume la forma di premura; gli Stati, chiedendo di verificare l’età, non si limitano ad imporre un obbligo legale. Il fine è attuare un principio fondamentale secondo cui la tutela della salute mentale dei ragazzi vale più del mercato digitale e degli interessi sottesi.

L’Europa lo sa, lo sappiamo tutti, il problema è la solitudine che produce l’accesso al mondo digitale deregolamentato e senza una metodologia capace di accompagnare i più giovani ad un utilizzo adeguato e sostenibile, preservando gli aspetti emotivi e relazionali umani. I social diventano rifugio quando mancano spazi di ascolto, quando il mondo adulto è stanco, veloce, distratto. E allora vietare senza sostenere i più giovani rischia di essere solo un altro silenzio.

Ecco perché, accanto alle proposte di divieto, emergono parole come educazione digitale, tempo, dialogo. I legislatori sicuramente fanno riferimento ad algoritmi, ma sullo sfondo ci sono insegnanti che vedono crollare l’autostima dei loro studenti, pediatri che registrano ansie precoci, adolescenti che non distinguono più il valore di sé dal numero di visualizzazioni.

L’Europa, oggi, non sta solo regolando i social, ammette una fragilità collettiva. Per anni è stato consegnato ai più giovani uno strumento potentissimo senza insegnare come usarlo, né come difendersi. Le nuove norme sono un tentativo di rimediare, forse tardivo, forse incompleto, ma profondamente umano.