Professoressa Onoraria di Economia all’Università di Torino, dove ha coperto la cattedra di Economia Politica fino al 2018. È stata Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità nel Governo guidato da Monti (2011-13).
Molti giovani vivono oggi un forte senso di precarietà lavorativa ed esistenziale. Quali strumenti concreti dovrebbe adottare lo Stato per rendere il lavoro giovanile più stabile e dignitoso?
La precarietà del lavoro, e in particolare del lavoro giovanile, non si combatte per decreto, ma con un insieme coerente di politiche che guardino al medio lungo periodo, non alle prossime elezioni. Si dice spesso che la precarietà è frutto delle riforme che hanno cercato di contrastare la segmentazione del mercato del lavoro – che vedeva nel “maschio adulto” il lavoratore a cui fornire massima protezione, a scapito dei segmenti deboli: donne, lavoratori anziani e, per l’appunto, giovani. In realtà, l’origine va piuttosto ricercata nella debolezza complessiva del nostro sistema economico, caratterizzato da una miriade di piccole/piccolissime imprese poco competitive e poco innovative, incapaci di generare un valore aggiunto sufficiente a remunerare dignitosamente il lavoro e a fornire al capitale i giusti incentivi per finanziare innovazione, competitività e crescita. In questo contesto, percepito come “insufficienza di opportunità”, per i giovani è forte la tentazione di cercare altrove le occasioni per costruire un percorso di vita meno insicuro e più adeguato alla formazione di una famiglia. Per invertire questa propensione a emigrare, occorrono innanzitutto investimenti strutturali in crescita, innovazione e capitale umano. Sul piano del mercato del lavoro, è necessario ridurre la segmentazione tra lavoratori “iper-tutelati” (anche se oggi nessuno può più dirsi veramente sicuro nel proprio lavoro) e lavoratori fragili, rafforzando i contratti stabili e rendendo meno conveniente l’uso improprio di quelli temporanei. Fondamentali sono poi politiche attive efficaci: orientamento, formazione continua, servizi pubblici per l’impiego realmente funzionanti. In definitiva, la dignità del lavoro passa da salari adeguati, relativa sicurezza e possibilità di costruire un progetto di vita. Il lavoro, purtroppo, si può perdere, è fondamentale riuscire a trovarne un altro entro un tempo ragionevole, con l’aiuto delle istituzioni pubbliche (centri per l’impiego), che purtroppo spesso non funzionano a dovere. E mi fa piacere ricordare di avere io stessa introdotto l’ASpI (Assicurazione Sociale per l’Impiego), poi rinnovata e ribattezzata NASpI dal governo Renzi, come strumento di aiuto alle persone disoccupate e in cerca di lavoro. In questo ambito, comunque, lo sforzo da fare, soprattutto nella prospettiva dell’IA è davvero tanto.
Guardando agli effetti della riforma del lavoro e delle pensioni che porta il suo nome, quali conseguenze pensa abbia avuto sulle opportunità occupazionali dei giovani?
La riforma delle pensioni è nata in un contesto di emergenza finanziaria e con l’obiettivo primario di ripristinare la sostenibilità del sistema e l’equità tra generazioni. Il sistema pensionistico è, in effetti, una casa comune di tutti gli italiani: vi sono compresi gli anziani già in pensione, le persone in età lavorativa (tipicamente compresa tra i 15 o 20 anni e i 65), le generazioni più giovani e anche quelle non ancora nate. Bisognava rimediare alle crepe profonde della casa, partendo dalle fondamenta, e non limitandosi a coprirle con una verniciata, sperando in tempi migliori.
I mercati finanziari, detentori del debito pubblico, non avrebbero dato credibilità a una riforma che, per l’ennesima volta, rinviasse i sacrifici al futuro. È vero che l’allungamento della vita lavorativa ha inciso sul turnover, ma attribuire alla riforma la responsabilità principale della disoccupazione giovanile o della precarietà del lavoro è fuorviante. Rimanda a una concezione del mercato del lavoro a “numero fisso di posti”, come un autobus pieno, nel quale una persona può entrare soltanto se un’altra esce.
La realtà è, invece, molto diversa e riflette l’incapacità del nostro sistema di creare sufficienti posti di lavoro per portare il tasso di occupazione almeno al livello di quello medio europeo. Noi festeggiamo l’attuale 63 per cento circa di occupati rispetto alle persone in età lavorativa, mentre la media europea è di 9-10 dieci punti più alta e, rispetto ai Paesi Nordici, la differenza si avvicina ai 20 punti a loro vantaggio.
D’altronde, studi della Banca d’Italia hanno mostrato chiaramente che la riforma non ha causato “spiazzamento” del lavoro giovanile. Il problema è da ricercare nella debolezza della crescita economica e nella scarsa capacità del sistema produttivo di creare lavoro qualificato.
La dottrina sociale della Chiesa mette al centro il bene comune e la solidarietà tra generazioni. Ancora oggi esiste però un forte squilibrio tra le tutele garantite ai lavoratori più anziani e quelle offerte ai più giovani. Come si potrebbe correggerlo?
Lo squilibrio esiste e va corretto, preferibilmente con gradualità e senso di giustizia. La strada è quella di un sistema di tutele più universale, che protegga le persone (non soltanto alcune categorie) lungo tutto l’arco della vita lavorativa, senza concentrare tutti o quasi gli interventi sulla parte ultima della vita, cioè sul pensionamento, com’è accaduto al nostro welfare. Guardare all’intero ciclo di vita significa rendere accessibili a tutti i bambini asili nido e scuole dell’infanzia; garantire agli studenti servizi educativi di qualità e un’istruzione solida; assicurare buone condizioni abitative a tutti. Servono poi politiche che rafforzino il legame tra il sistema educativo ed il mercato del lavoro, ammortizzatori sociali anche per chi ha carriere discontinue, formazione continua per affrontare il cambiamento tecnologico e misure di accompagnamento per chi ne subisce gli effetti negativi. Non serve, invece, alimentare contrapposizioni generazionali. La solidarietà tra generazioni, non è uno slogan, rappresenta un principio che richiede scelte coerenti, lungimiranti e talvolta impopolari.
Da accademica, di cosa ritiene abbiano maggiormente bisogno la scuola e l’università italiana?
Hanno bisogno di investimenti seri e continuativi, non episodici. In particolare, di maggiori risorse per la ricerca: l’Italia investe circa l’1,3-1,4 % del PIL, contro una media europea del 2,2 % e valori superiori al 3 % in Paesi come Svezia, Finlandia, Austria e Germania. L’economia del futuro sarà sempre più basata sulla conoscenza e sull’innovazione; chi trascura la ricerca è destinato a restare indietro, come dimostra la stagnazione della produttività italiana da oltre due decenni. Servono valorizzazione del merito, riconoscimento del lavoro degli insegnanti e ricercatori ed ancora autonomia responsabile degli studiosi. L’università dovrebbe essere più aperta, internazionale e connessa al mondo della ricerca e dell’impresa, senza rinunciare alla sua funzione critica. La scuola dovrebbe ridurre le disuguaglianze di partenza e fornire competenze solide, non solo nozioni. Tutte le necessità evidenziate potrebbero essere supportate da un cambiamento culturale in grado di restituire alla formazione e a chi vi lavora quel valore sociale che essa merita. Come ricordava Nelson Mandela, “l’istruzione è l’arma più potente per cambiare il mondo”.
Che consiglio darebbe oggi ad una giovane che entra nel mercato del lavoro italiano, spesso segnato da incertezza e mobilità forzata?
Le consiglierei di investire su sé stessa, sulle proprie competenze e sulla capacità di adattarsi, senza rassegnarsi alla precarietà come destino inevitabile. Essere mobili può essere un’opportunità, non solo una costrizione, ma è legittimo pretendere regole più eque (per esempio, il salario minimo). La esorterei ad essere ambiziosa ma anche socialmente responsabile, cioè attenta e sensibile al bene comune, e di partecipare attivamente alla vita pubblica, alla costruzione di una società migliore, di quella che affidiamo oggi ai nostri figli e nipoti, con guerre in corso, altre che si profilano all’orizzonte ed un linguaggio sempre più ostile.
I nostri giovani, ragazze e ragazzi, sono chiamati a vivere con fiducia, impegno e responsabilità, mentre le istituzioni hanno il dovere di non tradire la loro fiducia, di non mortificare l’impegno e di dimostrare almeno la stessa responsabilità. Le ragazze delle Olimpiadi Invernali 2026 hanno superlativamente dimostrato a quali vette possono portare passione e impegno.
