Per molti anni il mercato unico europeo è stato considerato come una struttura consolidata, quasi naturale, dentro cui persone, merci, servizi e capitali potessero circolare liberamente. Oggi questa percezione sta cambiando rapidamente, data la crescente pressione geopolitica e la frammentazione normativa interna. Per questo, ci si domanda se il mercato unico europeo sia ancora in grado di sostenere la competitività dell’Europa nel nuovo scenario globale.

La “Relazione 2026 sul mercato unico e la competitività” della Commissione Europea parte proprio da questo interrogativo, per cui il contesto internazionale non è più quello della globalizzazione relativamente stabile degli ultimi decenni: dazi, politiche industriali, competizione tecnologica, dipendenze economiche stanno ridefinendo il funzionamento dell’economia globale. In questo scenario, il mercato unico torna ad essere qualcosa di più di un semplice spazio economico integrato, diventando anche uno strumento di resilienza strategica. Il paradosso europeo emerge con chiarezza nel report.

Se, da un lato, il mercato unico europeo rimane uno dei maggiori successi economici di integrazione (secondo le stime ha contribuito ad aumentare il PIL europeo del 3-4% annuo e a creare milioni di posti di lavoro), dall’altro lato, però, l’Europa continua a mostrare una crescente difficoltà nel trasformare la propria dimensione economica in capacità competitiva e strategica; la produttività europea, infatti, è ancora inferiore a quella statunitense (di circa 20 punti percentuali), mentre la spesa in ricerca e sviluppo resta sotto l’obiettivo del 3% del PIL.

Nel frattempo, il mercato interno stesso mostra segnali di stagnazione.

Uno dei dati più significativi della relazione riguarda infatti la diminuzione, registrata nel 2024, del gli scambi (di merci) intra-UE rispetto all’anno precedente, mentre quelli nei servizi continuano a crescere ma molto lentamente. È un dato simbolico, perché suggerisce che il problema europeo oggi non sia soltanto la competizione con Stati Uniti o Cina, ma anche l’incompleta integrazione economica interna.

Vi è poi l’identificazione dei cosiddetti “Terribili Dieci”, ossia dei principali ostacoli che continuano a frammentare il mercato unico europeo. Il report mostra infatti come molte delle difficoltà europee derivino proprio dalla persistenza di regole nazionali divergenti e procedure amministrative complesse (come, ad esempio, la frammentazione normativa nei servizi, la lentezza dei processi di standardizzazione, le difficoltà nel riconoscimento delle qualifiche professionali, l’eccessiva complessità amministrativa e la scarsa digitalizzazione delle procedure) che finiscono per ridurre concretamente la capacità delle imprese europee di crescere su scala continentale.

Il punto centrale è politico più che economico. Per anni l’Europa ha pensato che bastasse costruire regole comuni per garantire automaticamente integrazione. Oggi invece il vero problema riguarda l’effettiva capacità degli Stati membri di applicare e armonizzare queste regole in modo coerente. La frammentazione interna non è più soltanto una questione tecnica, ma è diventata un problema per la competitività strategica e la coesistenza sociale.

La relazione insiste anche sulla lentezza dell’Europa, mentre il resto del mondo accelera in termini di “misure di resilienza” adottate. Nel documento emerge chiaramente come Stati Uniti, Cina, India, Giappone e altri paesi stiano utilizzando sempre di più strumenti industriali, fiscali e commerciali per rafforzare le proprie economie, dimostrando come la competizione economica globale abbia ormai assunto una dimensione apertamente geopolitica.

In questo contesto, l’Europa rischia di trovarsi schiacciata tra due vulnerabilità: da un lato le dipendenze esterne crescenti, dall’altro l’incapacità di integrare pienamente il proprio mercato interno. È per questo che il report insiste sulla necessità di rafforzare la resilienza industriale europea e ridurre le dipendenze strategiche.

Sarebbe però riduttivo leggere il rapporto come una semplice agenda di semplificazione burocratica. Dietro il linguaggio tecnico dei dati ed indicatori riportati, e delle relative strategie, emerge infatti la difficoltà europea nel pensarsi come attore politico, sociale ed economico unitario.

Per molto tempo la competitività europea è stata discussa soprattutto in termini economici. Oggi invece è anche una questione politica e istituzionale, in quanto non riguarda soltanto “quanto produce” l’Europa, ma, soprattutto, la sua capacità di prendere decisioni rapide, integrare mercati e difendere la propria cultura e interessi strategici in un mondo sempre più competitivo.

Da questo punto di vista, il mercato unico non appare più soltanto come una grande area economica, ma diventa il principale strumento attraverso cui l’Europa può cementare l’unione tra gli stati membri e tentare di mantenere rilevanza geopolitica. Ed è forse proprio questa la consapevolezza del Report 2026: in un mondo segnato dal ritorno della potenza economica come strumento politico, l’Europa non può più permettersi una integrazione incompleta. Il rischio non è semplicemente crescere meno degli altri, bensì perdere progressivamente la capacità di incidere sul futuro.