Il film di Christopher Nolan rappresenta una rilettura del poema omerico che ci allontana dal mito e ci accompagna in un cammino fatto di umanità, fragilità, spingendoci a riflettere su come la conoscenza deve essere guidata dalla coscienza. Fuorviante sarebbe quindi un’analisi sulla sua aderenza al testo originale; sin dalla prima immagine s’intuisce, infatti, uno sguardo diverso da cui partire: il grande cavallo di legno lasciato sulle rive del mare. Un dono, secondo i Troiani, simbolo della fine della guerra e inizio del tanto sospirato tempo di pace: nella realtà, un inganno che segnerà indelebilmente le vicende umane e quelle dello stesso protagonista del racconto.
L’Ulisse di Nolan non è un eroe, ma un uomo tormentato e quasi riluttante nel fare ritorno alla propria dimora. Sa bene, infatti, che tornare a casa significherà porsi di fronte alle proprie responsabilità. Allo stesso modo, il viaggio che ha inizio dopo la fine della guerra, non è quello di vincitori trionfanti, ma di persone smarrite, che hanno perso la rotta. Continuamente Odisseo e il suo equipaggio approdano in terre sconosciute, certi dell’accoglienza espressa nella legge di Zeus, dove il rispetto per l’ospite e il viaggiatore è sacro. Ma le realtà che si trovano di fronte sono ben altre, finendo per venire divorati da Polifemo o per essere travolti dalla furia omicida e distruttrice dei Lestrigoni, giganti qui con le sembianze di soldati (proprio come lo sono i malcapitati). In questa tensione narrativa emergono le diverse sfumature che il regista imprime ai personaggi del poema omerico. Circe, lontana dall’essere un’ammaliatrice seducente, tramuta i compagni di Ulisse in porci come atto d’accusa per le loro azioni, manifestandone la bestialità. Elena, origine (e trofeo?) della guerra di Troia, che Telemaco incontra mentre cerca notizie del padre, ha il volto sfigurato, emblema dell’archetipo della bellezza ora deturpata dalla crudeltà del conflitto. Agamennone, avvolto in un’armatura gigan6tesca che avrebbe dovuto rappresentare un potere inarrivabile ed intoccabile, viene ritrovato nell’Ade, privo di ogni onore e finito ucciso dalla sua stessa moglie per aver sacrificato la loro figlia.
A nulla serve poi il tentativo di una Calipso al contempo eterea ma spenta nel suo aspetto, di far dimenticare ad Ulisse quanto è avvenuto negli anni precedenti: ella non può cambiare l’identità del re di Itaca.
Giunto nella sua terra, Odisseo scopre i pretendenti delle famiglie dell’isola che hanno manipolato la legge di Zeus, usandola per gozzovigliare e insidiare il trono vacante. Ma una volta arrivato al cospetto della moglie Penelope, egli stesso dovrà confessare come lui per primo ha tradito la norma divina. È stato lui infatti ad ingannare i Troiani, mascherando in segno di riappacificazione quello che era invece uno strumento di morte (il cavallo). Egli rivive la notte in cui si è introdotto furtivamente (e non per ospitalità ricevuta) entro le invalicabili mura dei suoi avversari, prendendo coscienza di come con il suo ingegno abbia liberato la rabbia omicida e distruttrice covata dagli Achei per dieci anni. Proprio in questa visione gli appare Atena, divinità che rivela gli effetti della guerra in una società totalmente priva di umanità. Al termine della narrazione il mito dell’eroe vincente appare, in questo modo, completamente ribaltato.
È evidente che con il suo racconto dell’Odissea, il regista voglia riflettere sulla realtà odierna, dove sempre di più si ricorrere alla guerra come strumento risolutivo, senza comprendere come questo generi un perpetuarsi di ferocia, disumanità e disorientamento. La legge di Zeus, spesso evocata, rappresenta la legge della natura umana, il divino che pervade l’uomo e lo orienta. Una divinità che richiama la condotta umana alla spiritualità e ad una vita integrata con la natura e l’altro.
Nolan fa però anche un passo ulteriore ponendo al centro quell’Ulisse riconosciuto da sempre come immagine del metis greco, l’intelligenza attiva, dotata di abilità, ingegno e astuzia. In questo sguardo, il racconto si fa ancora più attuale, mostrando come la tecnologia e l’ingegneria contemporanee, che hanno raggiunti livelli senza precedenti, private della morale e del mantenimento di spazi di sacralità a difesa dell’umano, potranno solo porsi al servizio di istinti violenti e brutali, guidati dalla sete di potere e di prevaricazione.
Lo sviluppo della conoscenza mancante di una coscienza, individuale e comunitaria, orientata alla dignità della persona, alla tutela del bene comune e alla custodia dell’umano, pone ciascuno davanti ad un baratro di solitudine e sofferenza.