“Mi addentro sempre troppo nel soggetto. Non è giornalistico. Mi rendo conto di non essere un giornalista: in fondo, sono ancora – e sarò sempre – un artista”. Il contrasto tra l’arte e le necessità dei media sarà il file rouge che attraverserà l’opera e la (breve) vita del fotografo svizzero Werner Bischoff (1916-1954). A centodieci anni dalla sua nascita, il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano ospita Point of view, mostra dedicata proprio al lavoro di Bischof. Primo membro dell’agenzia Magnum Photos, dopo i fondatori, il fotografo si è distinto da altri colleghi e contemporanei per la ricerca di un fotogiornalismo umanistico. Il percorso espositivo, sviluppato in quattro sezioni cronologiche, ospita ben 200 fotografie vintage originali.
Nei segmenti temporali della mostra viene ripercorsa la carriera del fotografo, partendo con gli anni della formazione artistica alla Scuola di Arti Applicate di Zurigo arrivando fino all’ultima fase della ricerca, ovvero l’esplorazione del Nord e Sud America. In mezzo, il grande reportage dedicato alle macerie lasciate sul suolo europeo dalla Seconda Guerra Mondiale e i viaggi in Asia, in particolare i lavori realizzati in India, Giappone, Hong Kong, Corea e Indocina. Bischof riserva grande attenzione alla scelta dei soggetti e alla composizione della scena. Nel descrivere eventi drammatici, quali la carestia nel Bihar (India) non rinuncia a mostrare anche aspetti più “positivi” e spensierati della vita della popolazione.
L’impatto con la situazione del paese è scioccante. Il fotografo cresciuto nella “perfetta Svizzera” è profondamente turbato. Nonostante ciò si sposta per la regione cercando di realizzare degli scatti in grado di colpire l’opinione pubblica occidentale. “Sentendosi profondamente vicino alle persone comuni, vittime di eventi drammatici, delle quai Bischof avverte l’esigenza di raccontare la storia, scatta fotografie di straordinaria spontaneità e intensità, che lo portano presto al riconoscimento internazionale” scrivono i curatori. Ma non solo: “In questi mesi riesce a catturare anche alcuni momenti di serenità, rivendicando il diritto e il dovere di narrare anche la bellezza e le storie umane positive”.
Allergico ai titoli sensazionalistici, alle esclusive gridate e alle immagini eccessivamente drammatizzare, Bischof fatica ad adattarsi al linguaggio della stampa del suo tempo. Il suo lavoro è composto, incentrato sul costruire un racconto che metta in luce il lato umano dei soggetti fotografati e possa sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi sociali. “Egli, consapevole della responsabilità etica e sociale del proprio mestiere, rivendica invece la necessità di gestire autonomamente i propri scatti, sia nella scelta che nell’impaginazione, e sente il bisogno di guardare la realtà in profondità con una sensibilità da puro umanista.” così si legge nei pannelli in mostra. E ancora: “Per questo, durante i suoi viaggi si sofferma a lungo nei luoghi che visita, avvicinandosi con discrezione alle persone, osservando, disegnando e prendendo appunti sul proprio diario, ancor prima di scattare fotografie”.
Le immagini scelte per l’esposizione raccontano il lato più spontaneo e meno documentaristico del fotografo. Lo testimoniano i molti ritratti, i primi piani, le fotografie di bambini e la delicatezza con cui riesce a mostrare le macerie della Seconda Guerra mondiale sul suolo ungherese. Scrive l’artista stesso, riassumendo il senso della sua opera: “Solo il lavoro fatto in profondità, con un impegno e un coinvolgimento totali, può davvero avere valore”.
La mostra, a cura di Marco Bischof, Andréa Holzherr e Tania Kuhn, è aperta al pubblico fino al 18 ottobre 2026.
Foto: persone all’interno della mostra, fotografia scattata dall’autrice.