La nomina in Albania di un “ministro” affidato interamente a un’intelligenza artificiale, chiamata Diella, con il compito di gestire appalti pubblici, analizzare gare, monitorare contratti e supervisionare gli acquisti statali, desta più di una perplessità. Sebbene possa sembrare un’operazione innovativa ed efficiente, sul piano del diritto si tratta di una forzatura che solleva criticità profonde. La pubblica amministrazione, per sua natura, non può essere svuotata della componente umana e del controllo diretto da parte di funzionari identificabili e responsabili.
L’amministrazione degli appalti è un ambito delicatissimo, governato da norme complesse che impongono trasparenza, tracciabilità e, soprattutto, responsabilità. In ogni procedimento vi è un responsabile, un dirigente ed un funzionario che firmano, che motivano, che possono essere chiamati a rispondere dell’atto. L’intelligenza artificiale, per quanto evoluta, non può rispondere né giuridicamente né disciplinarmente: non si può impugnare un algoritmo, né sanzionare una decisione priva di un autore effettivo.
A ciò si aggiunge un rischio meno evidente ma altrettanto serio: quello dell’opacità tecnica. Le scelte amministrative, in particolare quelle che riguardano l’affidamento di risorse pubbliche, devono essere chiare, motivate e comprensibili. Gli algoritmi, invece, operano spesso secondo logiche non pienamente accessibili, né controllabili dall’esterno, generando decisioni che potrebbero risultare non solo incomprensibili, ma anche ingiuste o discriminatorie senza che vi sia possibilità di verifica. Questo è in netto contrasto con il principio del buon andamento della pubblica amministrazione, che non impone solo efficienza, ma anche correttezza, coerenza e ragionevolezza nell’azione amministrativa. Un algoritmo può essere veloce, ma non per questo è imparziale o corretto. E soprattutto non è in grado di valutare caso per caso secondo criteri giuridici e amministrativi.
Il rischio, insomma, è di delegare alla macchina una funzione che non può essere del tutto automatizzata.
Il procedimento amministrativo, specie in materia di contratti pubblici, è molto più di un semplice calcolo. È un equilibrio fra norma, interesse pubblico e specificità delle situazioni concrete. Richiede la capacità di ascoltare, di motivare, di esercitare discrezionalità nei limiti della legalità. Togliere all’uomo questa funzione significa trasformare un processo giuridico in un’esecuzione automatica. Si può, anzi, si deve, utilizzare la tecnologia come strumento di supporto, ma mai come sostituto del decisore-istruttore pubblico. La “buona amministrazione” non è automatismo, ma consapevolezza. E la consapevolezza è, ancora oggi, un tratto esclusivamente umano.
Queste scelte, più che rappresentare un balzo in avanti verso l’innovazione, segnano un preoccupante arretramento sotto il profilo della cultura giuridica e istituzionale.
L’idea di affidare a un algoritmo funzioni pubbliche essenziali, come la istruttoria degli appalti, non solo snatura i principi fondamentali dell’amministrazione, ma appare incompatibile con il modello europeo di Stato di diritto, fondato su legalità, trasparenza, responsabilità e controllo umano sulle decisioni pubbliche.
Dalla prospettiva italiana, poi, simili soluzioni risultano del tutto estranee alla nostra tradizione giuridica. L’Italia, che è storicamente la culla del diritto (amministrativo), riconosce da sempre l’essenzialità della figura del funzionario responsabile, dell’obbligo di motivazione degli atti, della centralità del procedimento e della tutela degli interessi legittimi del cittadino contro l’arbitrarietà. In questo contesto, delegare a un’entità artificiale priva di soggettività e di capacità valutativa una funzione pubblica così delicata assume i contorni di una vera e propria aberrazione giuridica e amministrativa.
L’introduzione di figure come Diella non avvicina l’Albania all’Europa: al contrario, la allontana dai principi e dagli standard su cui si fondano le amministrazioni pubbliche degli Stati membri dell’Unione. L’adesione al progetto europeo non può prescindere dal rispetto di una cultura giuridica condivisa, fondata sul primato della legge e sulla centralità della persona nella gestione della cosa pubblica. E l’automazione indiscriminata del potere amministrativo, lungi dall’essere una conquista, rappresenta un pericoloso passo indietro.
In conclusione, l’idea di affidare interamente a un’intelligenza artificiale la gestione di un settore cruciale come quello degli appalti pubblici non è solo una discutibile scelta tecnica, ma rappresenta un serio rischio sotto il profilo della coesione sociale e del rapporto tra Stato e cittadini. Disumanizzare l’amministrazione pubblica significa trasformare il volto dello Stato in un’interfaccia impersonale, lontana, incapace di ascoltare, valutare e, soprattutto, comprendere. Ma uno Stato vive solo se mantiene un legame vivo con la propria comunità, se si nutre di relazioni umane, di fiducia, di responsabilità condivisa. Gli algoritmi non costruiscono legami, non generano empatia, non sanno distinguere tra il giusto e lo sbagliato al di fuori di parametri matematici. Sostituire la presenza umana nel cuore dell’azione amministrativa vuol dire minare le fondamenta stesse dello Stato di diritto: la giustizia, l’uguaglianza, l’accesso equo ai diritti. È una scelta che può allontanare i cittadini dallo Stato, alimentando sfiducia e distanza. E in un tempo in cui è proprio la fiducia nelle istituzioni ad essere fragile, affidarsi a un’intelligenza artificiale come fosse una panacea significa non solo semplificare eccessivamente un problema complesso, ma anche rinunciare a ciò che rende lo Stato veramente umano: la sua capacità di ascoltare, decidere, rispondere.