Da decenni i partiti italiani si confrontano con il proprio elettorato su temi concreti, interessi e situazioni contingenti spesso scaturite da processi esterni ed equilibri geopolitici che i politici si trovano a “subire” più che governare.
In questo contesto l’azione legislativa, prerogativa del Parlamento, è diventata nel tempo sempre più caratteristica del Governo e le Camere risultano svuotate nella sostanza dei propri poteri. La debolezza delle assemblee rappresentative non può essere attribuita solo all’esecutivo, il quale si impegna per dare risposte quanto più attuali, ma grande responsabilità può essere ascritta ai Partiti, i quali, privi di una visione collettiva, non riescono a fare sintesi delle varie istanze del paese.
Le difficoltà evidenziate di riprogettare la società con riforme strutturali portano la politica a puntare su micro trasformazioni concrete, non riuscendo ad immaginare, né tantomeno realizzare, una strategia di lungo periodo. Ci sono elementi essenziali della nostra società con cui la classe politica deve confrontarsi: i salari non adeguati ai costi della vita, le disuguaglianza tra le grandi città e piccoli centri, le discriminazioni a carico delle lavoratrici madri, il calo demografico, il calo della partecipazione alla vita democratica.
Le difficoltà della classe politica di oggi arrivano da lontano, a partire dal cambiamento dei partiti nel tempo e dall’effetto che ciò ha avuto sulle istituzioni. Il sistema italiano, fino agli anni ‘90, era conosciuto come bipartitismo imperfetto, caratterizzato dalla prevalenza di due culture politiche: quella cattolica e quella marxista. Entrambe aspiravano al miglioramento del mondo nel nome di qualcosa di assoluto. La maggior parte delle persone votava sulla base di interessi concreti, ma il nucleo centrale dell’organizzazione politica, la sua forza di selezione, dipendeva da una visione condivisa del futuro.
Il cambiamento del contesto geopolitico di contrapposizione tra il blocco statunitense e sovietico, la necessità di affrontare le politiche in una prospettiva pragmatica e di sostenibilità economica e finanziaria dello Stato hanno portato il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC) a soffrire una forte crisi, e con loro tutti i partiti dell’arco costituzionale. Entrambe le tradizioni politiche, quella cattolica e quella marxista, sono state schiacciate da un sistema che poneva al centro gli interessi e l’efficienza più degli ideali collettivi.
La crisi di questi ideali, per molte persone, ha comportato una perdita di fiducia nel ruolo del politico. La scomparsa di questo legame ha lasciato un vuoto di solidarietà, che non può essere colmato da frammentati interessi particolari.
Per circa vent’anni l’aggregazione politica è avvenuta intorno alla figura di Berlusconi, svuotando i partiti della loro funzione originaria di rappresentanza, con un periodo di contrapposizione tra centri di poteri pubblici e privati, che ha condotto ad un bipartitismo non fondato su differenti visioni della società italiana ma sul sostegno o ostilità al leader politico.
Con il finire del periodo “Berlusconiano”, la classe politica italiana di destra e sinistra è stata travolta dal Movimento 5 Stelle, il quale non proponeva un programma politico ma solo una ferma e convinta critica a ipocrisie, inefficienze e corruzioni che avevano caratterizzato gli anni precedenti. Il Movimento si definiva “antipartitico”, individuando i politici come “casta” da combattere. La parabola dei 5 Stelle si è velocemente conclusa con le esperienze di governo che ne hanno messo in evidenza le incoerenze e le fragilità sia sul piano delle competenze che nelle capacità di riforma. Il movimento “anti-casta” è stato schiacciato dagli interessi e dalla gestione del potere, abbandonandosi in taluni casi alle ipocrisie ed eccessi di potere che avevano contestato per anni.
Il contesto politico attuale è caratterizzato da una pluralità di partiti, tenuti insieme dalla ricerca del consenso elettorale e dal sostegno di gruppi di interessi, dalla critica o dalla difesa delle micro trasformazioni che ciascuna organizzazione propone. Al posto degli ideali collettivi sono subentrati gli interessi concreti. È evidente un costante e lento deterioramento dell’offerta partitica ed il conseguente allontanamento degli elettori. Gli italiani sono stanchi della connessione tra potere e abuso e vorrebbero che la politica avesse un tasso più alto di umanità.
L’umano in politica si traduce nella capacità di leggere i bisogni, le difficoltà e i desideri dell’Italia con prossimità, sensibilità, fraternità, solidarietà ed un profondo rispetto dei diritti della persona. I partiti per trovare nuova linfa devono ripartire da questo cambio di paradigma, capace di cementare il rapporto tra elettori ed eletti, nella prospettiva di tutela di quegli elementi fondamentali che ci uniscono in una comunità e che ci consentono di guardare al futuro con speranza.
La speranza è un elemento centrale di una società che crede nel valore di ogni singola persona e non vuole cedere alle paure, così come ci ricorda Gabriel Marcel “io spero in te per noi”. A ciò, si lega l’utilizzo di un nuovo linguaggio, capace di abbandonare la conflittualità e che esalti la ricerca del dialogo, la scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento.
Porre l’umano al centro della politica consente di tenere insieme una visione ideale collettiva e la necessità di prendere decisioni pragmatiche che si traducano in scelte di prossimità e vicinanza con gli ultimi, in una maggior coerenza tra vita pubblica e privata dei politici, in solidarietà, in fraternità e soprattutto, nel desiderio di creare un mondo migliore per le future generazioni.
Le parole di Papa Leone XIV, nell’incontro tenutosi lo scorso 21 giugno con parlamentari italiani in occasione del giubileo dei governanti, sono chiare: “il compito, a voi affidato, di promuovere e tutelare, al di là di qualsiasi interesse particolare, il bene della comunità, il bene comune, specialmente in difesa dei più deboli ed emarginati”.
L’umanità rappresenta la bussola capace di orientare le scelte e di riempirle di un significato non schiacciato sulle logiche economiche o tecniche, ma fondato sulla volontà della comunità di vivere un futuro di speranza, non costruito sulla somma di interessi particolari o globali.