Teheran 2022. Iman, sposato con Najmeh e padre di due figlie, Rezvan e Sana, viene promosso a giudice istruttore. Sia per lui che per la moglie sembra essere arrivata l’occasione di una scalata sociale, che li possa portare ad un nuovo e più agiato stile di vita. Il ruolo istituzionale, tuttavia, implica immediate ristrettezze comportamentali all’interno della famiglia: limitazioni nell’uso dei social per le figlie, non esporsi mai pubblicamente, estrema attenzione alle relazioni che si instaurano. Lo stesso Iman è costretto ben presto a comprendere come il suo compito non è quello di esercitare la giustizia ma di eseguire ordini (ed esecuzioni) imposti dall’alto, cosa che sembra turbarlo profondamente.
La contemporanea esplosione delle rivolte in tutta la nazione, scatenate dalla morte violenta di Mahsa Amini, non fa che aggiungere ulteriore pressione al nucleo familiare; e se inizialmente è la moglie, estremamente devota al marito, a scontrarsi con le figlie, lo smarrimento della pistola data per autodifesa ad Iman, che rischia di essere lui stesso vittima del regime per il quale lavora, farà rapidamente precipitare la situazione in un’escalation senza controllo, dove il padre/marito diviene inquisitore dei suoi stessi congiunti.
Il film di Mohammad Rasoulof, iraniano imprigionato più volte nel carcere Evin e rifugiato in Germania dal 2024, segue altre recenti pellicole sulla politica repressiva del regime sciita, ma con una prospettiva diversa.
A sconvolgere è il realismo del racconto. Il film è evidentemente una testimonianza della repressione sperimentata dal regista. La narrazione è stata ideata in carcere mentre le riprese sono state effettuate nella capitale iraniana, eludendo la censura.
Il racconto offre una testimonianza delle sofferenze vissute da tante persone come Sadaf Baghbani, rifugiata a Milano dopo essere stata colpita durante una manifestazione di piazza da centocinquanta pallini di piombo, che porta ancora in corpo.
Il forte realismo è confermato da Cecilia Sala, la quale ha rivelato come i metodi di interrogatori messi in scena nel film siano gli stessi che lei ha dovuto subire durante la reclusione a Evin.
Candidato agli Oscar 2025, il lungometraggio propone una narrazione sviluppata esclusivamente dentro lo spazio familiare, rivelando tutta la pervasività dell’integralismo autoritario non solo nella sfera pubblica ma anche nelle relazioni personali. L’ossessione per il mantenimento del potere e per i dogmi religiosi travolge gli affetti più intimi. A nulla serve l’estremo tentativo di una delle figlie di riportare il padre a momenti di serenità vissuti insieme. Qualsiasi elemento di fiducia, amicizia e sensibilità viene cancellato.
Al cuore del racconto c’è una profonda riflessione sul rapporto tra potere e dignità della persona, che non può essere relegata ad una particolare regione geografica o ad uno specifico credo.
Un regime totalitario, molto spesso unito ad una visione religiosa integralista, è l’espressione della volontà del più forte di prevalere sugli altri in ragione del potere che si detiene, alterando i rapporti interpersonali, limitando i diritti della persona, e facendo perdere il ruolo primario delle istituzioni: tutelare tutte le persone in una posizione paritaria.
La violenza politica, economica e culturale, unita ad una comunicazione manipolatrice sono gli strumenti con cui si costruiscono regimi totalitari.
Dal film sembra emergere la necessità di rispondere alla violenza del più forte con una democrazia compiuta e di comunità, non basata semplicemente sull’individualismo del fare ciò che si vuole, o condannata alla passività e alla rassegnazione.
Il regista pone come centrali, infatti, la dimensione umana della persona, una libertà che genera relazioni e la ricerca della fraternità nell’altro. Tutti elementi che le dittature cancellano, ma che sono fondanti per un’identità democratica, rispettosa dei diritti della persona e alla ricerca del bene di tutti.