«Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere»: così, nel 1764, si esprimeva Cesare Beccaria in Dei delitti delle pene (1764). Il celebre filosofo e giurista, pur adottando un’ottica ed una proposta dal carattere utilitarista piuttosto che umanitario, dava così avvio ad una delle svolte della storia del diritto penale, ad una “rivoluzione gentile” protrattasi per decenni che avrebbe assunto una sempre più marcata coloritura umanitaria e personalista.

Il recentissimo caso di cronaca di Kenneth Smith, 58 anni, eseguito nel carcere di Holman di Atmore (Alabama, USA) per mezzo di un’inalazione forzata di gas azoto, dimostra non solo quanto le convinzioni a supporto della pena capitale siano resistenti anche in società evolute e democratiche, come quella statunitense, ma anche quale impegno vi sia nello sperimentare nuovi metodi di esecuzione sempre più efficaci ed “igienici”. Lo dimostrano, peraltro, le irricevibili parole del Procuratore dell’Alabama, convinto che il proprio Stato abbia scritto una pagina nella storia della giustizia penale: una pagina che guarda drammaticamente all’indietro.

La tecnica usata nel caso di Smith, peraltro, era stata dichiarata dall’Associazione americana dei medici veterinari, nelle sue linee guida, inappropriata ai fini della soppressione dei mammiferi, in particolare dei suini, dato il tasso di sofferenza che induce – nel caso di Smith, si parla di ben 22 minuti di agonia – peraltro accompagnato anche dal pericolo di lesioni gravi nel remoto caso di sopravvivenza.

Si tratta di una pratica che assomma la pena di morte e la tortura.

Ora. Sulla prima, spesso, il diritto internazionale (posto che il diritto penale dipende ancora in larga misura dai singoli Stati), il dibattito politico, l’etica e la morale sono spesso stati ambigui, o comunque hanno espresso “condanne temperate” anche in tempi recenti. A tal proposito, nell’ottica del fedele cattolico, non si può che essere grati al Santo Padre Francesco per aver coraggiosamente riformato gli insegnamenti del Catechismo in proposito, con buona pace di certi difensori della “tradizione” che probabilmente hanno dimenticato quanto il problema abbia riguardato Cristo in prima persona, o trascurano l’insegnamento simbolico della protezione che il Signore ha accordato a Caino.

Riguardo alla seconda, invece, non è mai esistito argomento giustificativo. Nella già deprecabile “guerra della nazione verso il cittadino”, la tortura è infatti un atto di violenza privo di qualsivoglia necessità, nonché ignobile dimostrazione di mancanza di pietà ed umanità verso il “nemico debellato”, per quanto pericoloso e violento abbia potuto essere e per quanto atroci siano stati i suoi delitti. Anche sul punto, sia consentito dire senza perifrasi, che è una pratica che identifica nel boia e nei suoi mandanti criminali financo peggiore del soggetto che viene eseguito.

Sembra peraltro giusto ricordare che Smith era stato condannato a morte nel 1989 in quanto riconosciuto colpevole di un omicidio “su commissione” commesso l’anno prima. L’esecuzione giunge, pertanto, a quasi 35 anni dalla sentenza. Trentacinque anni passati in carcere, attendendo la morte, sono a propria volta una tortura e autodenunciano una rinuncia dello Stato, o comunque – in un sistema come quello statunitense, nel quale spesso gli istituti penitenziari sono appaltati ai privati – del sistema giudiziario e penitenziario, alla risocializzazione del reo.

Cosa è dunque opportuno fare, di fronte ad un male del genere, specie laddove sia somministrato da uno Stato potente, evoluto e da altri punti di vista civile e democratico come gli Stati Uniti d’America?

Si rende innanzitutto necessario smontare la convinzione che la pena capitale esprima il massimo della deterrenza possibile. Come ricordava già il Beccaria e ribadiva il penalista e costituente italiano Paolo Rossi, come vieppiù confermano ampiamente le statistiche degli Stati della quale la pena di morte è applicata, il valore deterrente è ben modesto: chi si determina nel senso di delinquere ben può preferire la morte ad altri mali (fame, miseria, violenze), o non operare affatto tale bilanciamento. Né può essere uno strumento con cui si “sradica” la criminalità: altrimenti, gli Stati in cui si giustiziano i condannati dovrebbero aver già risolto da tempo la “questione criminale”.

Del pari, va contrastata l’idea che la pena capitale sia una prova di forza dello Stato e della sua giustizia. Come ricordato, la pena di morte è una negazione alla radice della capacità dello Stato e dei suoi organi di adempiere ad un compito di risocializzazione e reinserimento di un reo. Ancor più ampiamente, si potrebbe financo ravvisare una negazione del senso stesso dello Stato e della società organizzata. Tali entità, ricordava lo stesso Beccaria sulla scorta della filosofia contrattualista, nascono per la difesa della vita, non per la somministrazione della morte, o per l’amplificazione delle tendenze naturali, o per la consacrazione giuridica di “umori” diffusi in una comunità. Né certo può esigere il rispetto per la vita uno Stato che per primo si riserva la prerogativa di porvi fine, qualsiasi sia la giustificazione.

Tutto questo va affermato, peraltro, al netto di casi di errore giudiziario: problema tutt’altro che raro, pur in sistemi giudiziari efficienti e civili; anzi, sottolineava ancora Paolo Rossi, che proprio in relazione ai reati puniti con la pena capitale aumenta il rischio di errori, a causa del clamore mediatico causato dal fatto e della conseguente pressione sui giudici. Sembra appena il caso di ricordare che, laddove l’errore occorra, la pena di morte non è reversibile né risarcibile. La beffarda coincidenza cronologica dell’esecuzione di Smith con il caso, dalla più limitata risonanza nazionale, della sentenza di revisione della condanna di Beniamino Zuncheddu – il quale, accusato ingiustamente di tre omicidi, ha nel frattempo patito 33 anni di ingiusta detenzione – dovrebbe indicare quanto sia vitale che la possibilità di una pena di morte non si dia neanche per il peggiore dei reati, onde prevenire alla radice l’esecuzione di un innocente. Quest’ultima rappresenterebbe a propria volta un crimine “che grida vendetta al cielo”, sproporzionatamente peggiore – come invitava a riflettere un accademico americano coinvolto nella campagna abolizionista della Comunità di Sant’Egidio – dell’opposto errore dell’assoluzione di un colpevole.

Chiaramente, anche nel caso di Zuncheddu, entrato in carcere a 25 anni ed uscitone a 58, nessuno potrà restituire al suddetto una porzione di vita così ampia ed importante. Nondimeno, si è potuto dar luogo alla sua liberazione e, auspicabilmente, a provvedimenti che gli offriranno una terza età serena e, se possibile, felice. Proprio in considerazione della somiglianza fra le accuse mosse a Zuncheddu e quelle che hanno condotto alla condanna di Smith, non si può fare a meno di pensare che anche il pastore sardo avrebbe seriamente rischiato la pena capitale, se fosse stata prevista dall’ordinamento italiano: in tal caso, non vi sarebbe stato rimedio alcuno.

Volgendo in positivo l’azione di contrasto alla pena di morte, sul piano giuridico si deve osservare che le carte costituzionali moderne affiancano, al primario compito della retribuzione, anche i principi di umanità delle pene e di rieducazione o risocializzazione del reo, nell’ottica suprema di una dignità umana e di un diritto alla vita che spettano a prescindere da meriti e demeriti. Lo stato spesso drammatico delle carceri italiane e la previsione della pena detentiva a vita – criticata fortemente dal Pontefice, che l’ha definita come una pena di morte mascherata – non sono sicuramente d’aiuto in tale opera. Nondimeno, si può almeno dare atto di un impegno nella direzione del rispetto e della cura delle persone che hanno subito condanne penali.

Sul piano della visione cristiana del senso della pena, ancora una volta, la soluzione è impegnarsi nella riconcezione in senso fraterno di ogni essere umano, anche e anzi soprattutto quando abbia sbagliato e commesso atti molto gravi, senza arrogarsi prerogative che non spettano all’uomo. Anche in questo caso, l’indicazione fondamentale di metodo proviene da fonte altissima: «ero carcerato e siete venuti a trovarmi».