Intervista a Mons. Felice Accrocca, Arcivescovo Metropolita di Benevento
Carissima Eccellenza, da anni pone al centro della sua attività pastorale la tutela delle comunità dei centri minori della nostra Italia con il Forum delle Aree Interne. Come è nato il progetto?
Nel 2019 con gli altri vescovi delle diocesi della Metropolia beneventana (che si estende sui territori delle province di Benevento e Avellino) abbiamo sottoscritto una lettera intitolata “Mezzanotte del Mezzogiorno?”. Il nostro intento era quello di sottolineare i gravi ritardi e gli squilibri nelle politiche economiche e sociali che si sono succedute nel sud Italia, chiedendo agli amministratori una più mirata politica di sviluppo integrato. Poi, come amo ripetere, “camminando s’apre cammino” e ci è parso subito evidente come quello della crisi delle aree interne non fosse un fenomeno solo legato al Mezzogiorno ma che interessasse tutta la nazione.
Questo percorso ha dato, nel tempo, vita a due volumi: il primo del 2022, dal titolo Dove la vita non vuole morire, edito da San Paolo edizioni; il secondo del 2025, dal titolo Mondi da Custodire, edito da Queriniana.
In uno scenario caratterizzato dalla difficoltà di fare squadra e convergere su un piano comune, ora come nel 2019, ci sembra necessario sottolineare il primato della comunione nella vita politica, unendo le diverse potenzialità per rendere i nostri territori luoghi di riscatto nella dimensione unitaria di un rinnovato impegno sociale e spirituale.
Quale è il valore che caratterizza le comunità dei centri minori?
Il nostro obiettivo era, e rimane, quello di stimolare un processo per restituire vita a territori spesso dimenticati, mettendo al centro la bellezza e la vitalità delle comunità. Fermarsi a segnalare i problemi e le difficoltà induce una visione distorta, che non consente di vedere la ricchezza e le opportunità che possono nascere. Nei centri minori è ancora forte il valore delle relazioni, la persona riconosce l’altro ed è riconosciuta. In queste realtà si fa viva l’esperienza della prossimità e le comunità delle aree interne possono essere l’antidoto alla solitudine che colpisce chi vive nelle aree metropolitane, offrendo una vita con un sapore nuovo. Un po’ come quei frutti che all’apparenza non sono belli ma conservano un sapore genuino.
Il tema del Forum di quest’anno è stato La sfida della bellezza e il futuro creativo. Come la bellezza artistica e naturale può essere un’opportunità di rinascita per le comunità delle aree interne?
Con la cultura si mangia. Bisogna sforzarsi di agire con intelligenza per creare progetti seri e concreti a sostegno. La cultura è una grande leva strategica per lo sviluppo sostenibile, in grado di generare crescita, promuovere coesione sociale e offrire un contributo significativo all’economia. La bellezza coltiva l’uomo interiore. Le aree interne, seppur all’apparenza fragili, hanno enormi risorse paesaggistiche, artistiche, culturali ed enogastronomiche. L’opportunità è costruire una rete di prossimità tra culture e comunità vicine così da intercettare anche i flussi turistici. Un solo comune delle aree interne, già colpito dal calo demografico, non può fornire i servizi necessari per essere competitivo e accogliente nei confronti del cittadino e del turista.
I comuni minori possono crescere molto nella capacità di stare insieme, preservando le proprie identità con spirito inclusivo e umilità. Le identità, bellezze artistiche, paesaggistiche e naturali di ogni singola comunità connessa con le altre possono generare una convivialità di cultura e competenze. Esempio chiaro della ricchezza delle aree interne è il fossile di dinosauro Scipionyx samniticus, noto come ‘Ciro’, rinvenuto nel Sannio nel 1980 e protagonista del forum di quest’anno.
L’impegno concreto della Chiesa per le piccole comunità è stato riassunto in una Lettera appello, sottoscritta da 139 tra Cardinali, Arcivescovi Vescovi e Abati, rivolta a Governo e Parlamento. Quale è il messaggio che la Chiesa Italiana consegna ai governanti per rigenerare con speranza luoghi, comunità, persone?
Ci tengo molto a sottolineare come la lettera sia stata sottoscritta da Cardinali, Arcivescovi, Vescovi e Abati di tante zone diverse di Italia, dal Nord al Sud, dal Centro alle Isole. Questo è un dato certamente importante. Vi è una grande consapevolezza del forte squilibrio tra i grandi centri metropolitani e le aree interne che si concretizza nella volontà di convergere su proposte ed azioni concrete. L’obiettivo della lettera è quello di porre uno sguardo diverso alla questione.
Il recente Piano strategico nazionale (2025) affronta la questione delle disuguaglianze e dello spopolamento delle aree interne, disegnando per alcune comunità quasi una strategia da “abbandono terapeutico”. L’approccio posto in essere appare quasi di tipo aziendale: ciò che non funziona ed improduttivo va tagliato. Il rischio è di accettare la morte di alcune comunità con troppa facilità e senza tenere ben in conto che tutto è connesso. Mi piace ricordare le parole di San Paolo: “se un membro soffre, tutte le altre membra soffrono con lui”.
L’abbandono di aree attualmente abitate, in realtà, avrebbe conseguenze profonde già nel prossimo futuro su tutta la Nazione. Quali problemi ambientali potranno sorgere dall’abbandono di aree prima antropizzate? Il patrimonio artistico quanto ne verrebbe penalizzato? Il paesaggio, frutto dell’interazione tra l’uomo e l’ambiente, con la scomparsa dell’uomo quanto perderebbe della sua bellezza? Queste sono solo alcune domande. Non bisogna cedere alla semplificazione: dove non c’è l’uomo l’ambiente non sempre è migliore.
Quest’anno è intervenuto al Forum con un messaggio il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha descritto le comunità delle aree interne come “Un patrimonio di persone e luoghi che non possiamo arrenderci a veder deperire o, peggio, scomparire”. Come le singole persone appartenenti alla comunità possono affrontare la sfida di rigenerarsi tutelando la propria identità?
Il Presidente in maniera pacata, concreta ed incisiva, s’è mostrato – mi pare – in piena consonanza con la nostra lettera evidenziando, in particolare, come il venir meno di supporti alla convivenza locale, nella sua dimensione civile ed economica, spinge e aggrava la marginalizzazione dei centri minori. Mi auguro che il Parlamento e i governanti prendano atto dello stato di necessità in cui viviamo e si impegnino con azioni concrete e normative in grado di rafforzare le infrastrutture delle aree interne e sostenere l’economia di prossimità. La sfida è realizzare le condizioni necessarie per far tornare i giovani che hanno lasciato i centri minori per studiare e formarsi nelle grandi città.
Il sostegno della comunità, inoltre, si concretizza nella consapevolezza di ogni singola persona di avere una responsabilità nel sostegno dei propri concittadini. La comunità è tenuta a capire che tutti abbiamo un prezzo da pagare. Una responsabilità che passa anche da piccoli gesti, come l’acquisto di beni dal piccolo negozio di prossimità e non in un grande centro commerciale. Bisogna comprendere e riconoscere che la piccola bottega non vende solo merci, ma rappresenta un presidio di umanità, garantendo la qualità della vita dell’intera collettività.