Il magistero della Chiesa è ancora in grado di portare razionalità e buon senso nelle decisioni dei governi. Ecco cosa contiene il suo no alla guerra

Le dichiarazioni dello scorso aprile del vicepresidente statunitense JD Vance rivolte a Papa Leone XIV – “fare attenzione quando parla di teologia” e l’idea che “Dio può essere con chi impugna la spada” – riaprono la riflessione sul rapporto tra fede, politica e guerra giusta nel nostro tempo.

La guerra, infatti, tende ad essere normalizzata e accolta dentro una cultura della potenza, dove la capacità di dominio orienta le decisioni politiche anche degli uomini di fede. L’uso della forza non è più considerato una extrema ratio, come è stato per le generazioni del dopoguerra, e l’opinione pubblica viene assuefatta da narrazioni polarizzanti che impongono di schierarsi l’uno contro l’altro.

Nei suoi interventi il Papa sta rispondendo ai cattolici favorevoli alla guerra ribadendo la linea del magistero, in discontinuità rispetto alla tradizione classica della “guerra giusta” che è stata svuotata di portata teorica con l’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco. Giustificare, dunque, un Dio che sta “dalla parte di chi combatte” per legittimare scelte politiche è moralmente scorretto e teologicamente falso.

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