Elena Grazioli, formazione giuridica, membro dell’Ufficio legislativo del CNA Nazionale, dove si occupa di semplificazione amministrativa, politiche per le imprese e attività istituzionali. Segue temi legati alla regolazione delle attività economiche, agli appalti pubblici e alla valorizzazione delle micro e piccole imprese.

 

Nel contesto dell’impresa sociale, dove il profitto spesso è subordinato alla finalità del bene comune. Come può un’impresa sociale integrare una visione “spirituale” del lavoro – intesa non solo come etica lavorativa ma promozione della dignità umana – per trasformare il luogo di lavoro in uno spazio di crescita integrale, anziché di sola erogazione di servizi?

Credo che la spiritualità del lavoro non debba essere intesa necessariamente in senso confessionale, ma come capacità di riconoscere il valore della persona nella sua interezza. Il lavoro non è soltanto uno strumento di produzione o di reddito: è uno dei luoghi nei quali ciascuno costruisce la propria identità, sviluppa relazioni, esprime talenti e contribuisce alla comunità.

Le imprese sociali, per la loro stessa natura, possiedono una straordinaria opportunità: mettere la persona al centro non come slogan, ma come criterio organizzativo. Significa creare ambienti in cui le persone possano crescere professionalmente e umanamente, conciliare tempi di vita e di lavoro, sentirsi ascoltate e coinvolte nei processi decisionali.

In un tempo caratterizzato da solitudine, frammentazione e incertezza, il luogo di lavoro può diventare uno spazio di appartenenza e di costruzione del bene comune. Quando un’impresa si interroga non solo su quanto produce, ma anche su chi diventa attraverso ciò che produce, allora contribuisce realmente alla promozione della dignità umana.

 

Alla luce delle recenti riforme del quadro normativo, quali sono, a suo avviso, gli interventi legislativi più urgenti necessari per garantire la competitività delle micro e piccole imprese artigiane in un mercato sempre più digitalizzato e globalizzato?

La competitività delle micro e piccole imprese non dipende soltanto dalla loro capacità di innovare, investire o aprirsi ai mercati internazionali. Dipende anzitutto dal contesto in cui operano. Oggi chiediamo agli imprenditori di affrontare contemporaneamente la trasformazione digitale, la transizione ecologica, l’aumento dei costi energetici, la ricerca di personale qualificato e la competizione globale. Tutto questo, però, continua ad avvenire all’interno di un sistema amministrativo che troppo spesso sottrae tempo, risorse ed energie alla crescita.

La semplificazione amministrativa rappresenta quindi la vera infrastruttura immateriale di cui il Paese ha bisogno. Dal nostro Osservatorio Burocrazia CNA emerge con chiarezza che una piccola impresa italiana dedichi mediamente circa 313 ore all’anno agli adempimenti burocratici. Significa oltre quaranta giornate lavorative, quasi due mesi di attività sottratti alla produzione, all’innovazione, alla formazione dei lavoratori e alla ricerca di nuovi clienti. È un costo silenzioso che raramente compare nei bilanci, ma che incide profondamente sulla capacità competitiva delle imprese.

Nel mio percorso professionale ho avuto modo di approfondire questi temi anche contribuendo alla stesura del volume “Si fa presto a dire impresa”, edito dal Mulino. Un lavoro che nasce dall’ascolto diretto degli imprenditori. Ciò che emerge con chiarezza è che dietro ogni impresa vi sono persone che ogni giorno si assumono responsabilità economiche e sociali importanti, ma che troppo spesso si trovano a confrontarsi con procedure frammentate, adempimenti duplicati e regole pensate senza tenere conto della realtà delle micro e piccole attività.

Spesso, quando si parla di economia, l’attenzione si concentra sulle grandi imprese, sui grandi investimenti e sui grandi numeri. È giusto riconoscere il ruolo fondamentale che queste realtà svolgono nella crescita e nella competitività del Paese. Tuttavia, la vera peculiarità italiana risiede nella sua fitta rete di micro e piccole imprese, che rappresentano la parte più consistente del nostro tessuto produttivo. Sono imprese che generano lavoro, innovazione diffusa, coesione sociale e presidio dei territori. Non producono soltanto valore economico, ma contribuiscono a mantenere vive comunità, competenze e tradizioni che costituiscono una ricchezza unica del nostro Paese.

 

Il settore dell’artigianato è fortemente coinvolto negli obiettivi di sostenibilità europea. Quali strumenti legislativi o incentivi ritiene indispensabili per accompagnare le imprese in questo delicato processo di transizione ecologica, evitando che si trasformi in un insostenibile onere finanziario?

La sostenibilità rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo e, al tempo stesso, una straordinaria opportunità. Tuttavia, perché possa tradursi in un reale fattore di sviluppo, occorre evitare due errori. Il primo è considerarla esclusivamente come un insieme di obblighi e adempimenti. Il secondo è immaginare che obiettivi condivisibili possano essere raggiunti semplicemente trasferendo sulle imprese costi, responsabilità e complessità amministrative.

La sostenibilità deve essere accompagnata da un quadro normativo chiaro, stabile e proporzionato. Gli obblighi dovrebbero essere graduati in funzione delle dimensioni, delle caratteristiche e delle capacità organizzative delle imprese, evitando approcci uniformi che finiscono per produrre effetti distorsivi.

Più in generale, credo che la sostenibilità debba essere vissuta non come un costo imposto dall’alto, ma come un valore condiviso. La nostra Costituzione, soprattutto dopo la riforma degli articoli 9 e 41, ci ricorda che la tutela dell’ambiente, della biodiversità e delle future generazioni costituisce un interesse fondamentale della collettività. La sfida consiste quindi nel trovare un equilibrio tra tutela ambientale, sviluppo economico e coesione sociale, evitando contrapposizioni che non aiutano nessuno.

Peraltro, molte imprese, spesso ben prima che questi temi entrassero nel dibattito pubblico, da anni praticano forme concrete di sostenibilità, penso alla filiera della moda, nella quale si recuperano materiali e limitano gli sprechi. La sostenibilità non può essere intesa come un vincolo da subire, ma una leva di innovazione, competitività e responsabilità verso le generazioni future.

 

Il tema del passaggio generazionale e l’accesso al credito restano criticità strutturali. Secondo lei è possibile un dialogo intergenerazionale e soprattutto in che modi dal punto di vista pratico?

Non solo è possibile, ma è necessario. L’artigianato custodisce un patrimonio straordinario di competenze, conoscenze e saperi che rischiano di andare dispersi se non vengono trasmessi alle nuove generazioni. Tuttavia il passaggio generazionale non può essere considerato un fatto esclusivamente familiare o privato, ma una questione economica e sociale che riguarda il futuro del Paese.

Sul piano fattuale servono percorsi che mettano in contatto giovani e imprese già durante il percorso formativo. È necessario rafforzare l’alternanza scuola-lavoro di qualità, l’apprendistato e tutte le forme di collaborazione che consentano ai ragazzi di conoscere concretamente il mondo dell’impresa.

Parallelamente occorre favorire l’accesso al credito e agli strumenti finanziari per chi intende subentrare nella gestione di un’attività o avviarne una nuova. Molti giovani possiedono idee, competenze digitali ed entusiasmo, ma incontrano difficoltà nell’ottenere le risorse necessarie per trasformare un progetto in impresa.

Il dialogo intergenerazionale nasce quando esperienza e innovazione smettono di essere considerate alternative e diventano complementari. Gli imprenditori più maturi possono trasmettere competenze, valori e conoscenza dei mercati; i giovani possono portare nuove tecnologie, nuovi linguaggi e nuovi modelli organizzativi. Insieme possono costruire imprese più forti e resilienti.

 

C’è un ambito specifico in cui sente che la voce dell’artigianato abbia bisogno di essere ascoltata con maggiore attenzione dai decisori politici?

Credo che oggi vi sia bisogno di ascoltare maggiormente l’artigianato quando si progettano le politiche pubbliche.

Troppo spesso le norme vengono costruite pensando a imprese di grandi dimensioni e successivamente adattate alle realtà minori. Invece bisognerebbe compiere il percorso inverso: partire dalla realtà delle micro e piccole imprese, che rappresentano l’ossatura produttiva del Paese e costituiscono la maggioranza del nostro sistema economico.

L’artigianato, in fondo, ci ricorda che dietro ogni impresa vi sono persone, famiglie, competenze e relazioni. Per questo la sua voce merita attenzione, non per chiedere privilegi, ma per contribuire a costruire un modello di sviluppo che sappia tenere insieme crescita economica, dignità del lavoro, cura dei territori e bene comune.