La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è un Paese ricco di materie prime essenziali per lo sviluppo tecnologico mondiale ed al contempo fragile economicamente e socialmente, pervaso da un conflitto che perdura da trent’anni.

La RDC è uno dei paesi più estesi dell’Africa, ricco di oro, diamanti, uranio, rame, cobalto e si caratterizza per una fiorente agricoltura, in particolare nel settore del Cacao. Nel Nord Kivu, è concentrata buona parte del coltan congolese. La RDC fornisce l’80% della produzione mondiale di coltan, essenziale per la produzione di smartphone e cellulari.

La ricchezza del paese, anziché garantire benessere e prosperità alla popolazione, rappresenta una delle cause di un profondo conflitto che insanguina il Nord Kivu e che coinvolge i paesi confinanti della regione dei Grandi Laghi, Burundi, Ruanda, Uganda.

Sin dall’indipendenza, i paesi della regione, interconnessi tra loro in termini, culturali, etnici ed economici, sono stati pervasi da forti scontri politici al fin di raggiungere il controllo delle grandi risorse naturali dell’area.

I Paesi rivali sostengono gruppi ribelli nel territorio di Paesi vicini al fine di destabilizzare i confinanti.

In questo contesto, nel 2021 il nostro Ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci ed il cooperatore Mustapha Milambo sono stati assassinati a Gama nella regione Nord Kivu.

Le relazioni tra Repubblica Democratica del Congo (RDC) e Ruanda sono in una fase di deterioramento ed il rischio di una guerra tra Stati si fa sempre più concreto.

La instabilità dell’area dei Grandi Laghi ha raggiunto il proprio apice nel 1994, con il genocidio del popolo Tutsi in Ruanda ed il flusso di centinaia di migliaia di sfollati che oltrepassarono il confine per trovare rifugio in Kivu.

In poco più di 180 giorni, i guerriglieri hanno assassinato oltre un milione di persone, nel silenzio della comunità internazionale.

Al termine del conflitto tante milizie Hutu, responsabili del genocidio in Ruanda, si sono rifugiate in Congo.

La intensa competizione degli Stati ed il profondo scontro etnico nella regione hanno prodotto il proliferare negli anni di decine di milizie che, col sostegno più o meno tacito dei paesi confinanti, primo fra tutti il Ruanda, continuano ad operare senza ostacoli, nonostante sul terreno sia sta dispiegata per lungo tempo la più grande e longeva missione di peacekeeping dell’Onu, Monusco, operativa dal primo luglio 2010.

Purtroppo, la Missione di pace non ha portato i risultati auspicati ed in questi giorni i caschi blu stano lasciando la regione del Nord Kivu.

Le autorità Congolesi hanno sollecitato la fine della missione Monusco, accusando le Nazioni Unite di non essere riuscita a garantire la sicurezza dei civili.

La presenza del gruppo armato M23 (March 23), capace di occupare stabilmente aree della regione, unita alle continue violenze da parte degli altri gruppi armati, ha influito sul crescente ostilità della società civile nei confronti della missione, ritenuta inutile e controproducente.

Inoltre, le potenze globali USA, Russia e Cina hanno un forte interesse per la regione dei Grandi Laghi al fine di acquisire le materie prime essenziali per lo sviluppo tecnologico.

La competizione tra potenze globali rappresenta ulteriore elemento di instabilità e nella sostanza ha reso il ruolo della missione dell’ONU limitato.

La fine della missione di Pace, l’acuirsi delle tensioni tra Stati della Regione e l’interesse delle potenze globali rendono sempre più probabile una guerra tra gli Stati dei Grandi Laghi, in particolare tra RDC e Ruanda.

Un conflitto di tal genere potrebbe avere conseguenze umanitarie gravissimi data la profonda ostilità che anima le etnie Hutu e Tutsi.

Il rischio di una nuova catastrofe come quella del Genocidio Tutsi del 1994 è reale e la comunità internazionale ha il dovere di non dimenticare gli errori commessi e le proprie responsabilità.

Nel 2004, in occasione del primo decennale del genocidio, l’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan ha riconosciuto le responsabilità internazionali, affermando: «Il genocidio in Rwanda non sarebbe mai dovuto accadere. Ma invece accadde. Se la comunità internazionale avesse agito prontamente e con determinazione, avrebbe potuto fermare la maggior parte delle uccisioni. Ma la volontà politica non c’era, e nemmeno le truppe. Se le Nazioni Unite, i funzionari governativi, i media internazionali e altri osservatori avessero prestato maggiore attenzione ai segni del disastro e avessero agito tempestivamente, si sarebbe potuto evitare. Ma gli avvertimenti sono stati ignorati. Nessuno di noi deve avere il permesso di dimenticare».

Nonostante il perdurare del conflitto, la missione delle Nazioni Unite rappresentava un elemento di stabilità dell’area e certamente aveva contribuito a mitigare le conseguenze degli scontri nella regione.

La fine della missione Monusco e l’assenza di un piano di pace sono chiari segnali che non possono essere ignorati e la popolazione corre una grave minaccia.

L’Unione europea è chiamata ad intervenire sul fronte diplomatico e umanitario, sollecitando, anche, una nuova missione di peacekeeping delle Nazioni Unite o in alternativa della Nato.

Ed ancora, le democrazie occidentali ed i media hanno l’obbligo di porre al centro del dibattito globale il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo e la risoluzione dello stesso.

L’informazione ed il dibattito pubblico possono evitare alla comunità internazionale di incorrere nello stesso imperdonabile errore del 1994. L’assenza di volontà politica delle Nazioni Unite non ha permesso di agire prontamente per evitare le uccisioni in Ruanda.

In questa prospettiva, nel mese di giugno di quest’anno durante l’Angelus, Papa Francesco ha rivolto un appello alle autorità nazionali e alla comunità internazionale sollecitando un intervento volto ad interrompere le violenze e salvaguardare le vite dei civili, denunciando le tragedie della regione del Nord Kivu.

In un contesto globale minacciato da sfide comuni e che richiedono la necessità di essere affrontate insieme in una prospettiva di eguaglianza tra gli Stati, l’Unione Europea ha il dovere di proporsi quale mediatore del conflitto che coinvolge la regione dei Grandi Laghi, ponendo prontamente in essere tutte le azioni necessarie alla pacificazione dell’area ed assumendo una ritrovata credibilità nei confronti dei partner africani.

Assicurare la qualità della democrazia globale significa anche garantire la sicurezza dei popoli.