Il Natale è la festa della vita. Sempre. Anche quando nella storia sono in corso guerre e carestie. Oppure quando la vita è violata o negata. Continua a esserlo, sempre. E ogni anno si rinnova questa provocazione silenziosa e disarmante.
La Scrittura lo racconta in molti modi come nella storia di Zaccaria ed Elisabetta, un anziano e una sterile da cui nasce Giovanni, la voce della Parola. Ma soprattutto in Giuseppe e in Maria, un erede della casa di Davide promesso sposo a una vergine chiamata Maria da cui nasce Gesù, la parola di Dio che si riveste di carne mortale.
Dio entra nella storia con la sua Vita, non al di là, ma proprio grazie ai nostri limiti. Il Natale mette radici lì dove noi non possiamo più nulla. È per questo che la tradizione definisce il dies Natalis: nel giorno in cui non si può più fare nulla, lì entra la potenza della Vita di Dio.
Il Natale è più di una semplice ricorrenza: è una porta spalancata verso la vita vera, un invito a entrare in una dimensione di speranza e di nuovo inizio. La nascita di Gesù a Betlemme segna l’ingresso di Dio nella storia dell’uomo, il momento in cui l’eterno si fa vicino e fragile, umano e compagno di viaggio.
Nel mistero dell’Incarnazione, Dio stesso si fa porta della vita, venendo a noi nella semplicità di un bambino. Come dice Gesù: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato” (Gv 10,9). Il Natale ci invita a varcare questa porta, accogliendo il dono di una vita nuova che si costruisce nella relazione con Cristo.
Il presepe è l’immagine della porta aperta alla speranza: una grotta umile diventa la culla del Salvatore, un luogo oscuro si illumina di una luce eterna. Questo ci ricorda che anche nelle situazioni più difficili, Dio può aprire una strada e nella notte della storia fare entrare la luce.
Aprire la porta della vita non significa solo accogliere Dio, ma anche fare spazio agli altri. Gesù nasce per tutti: poveri, ricchi, umili e potenti. Come i pastori e i Magi, siamo chiamati ad avvicinarci a questa porta con umiltà, ma anche a diventare porte per gli altri, accogliendo chi è solo, chi soffre, chi cerca un senso nella vita.
Il Natale come porta della vita è un’opportunità: è Dio che si fa prossimo per donarci nel Figlio la sua vita piena. Ma è anche una chiamata a spalancare la nostra porta, per lasciar entrare Cristo e diventare, a nostra volta, porte di amore per chi ci è prossimo. In questo modo, il Natale non è solo una festa, ma un vero inizio, un passo verso quella vita che Dio sogna per le sue creature.
Il Natale, sin dalle sue origini, ha dimostrato la sua capacità di unire popoli e culture diverse. La prima celebrazione risale al 25 dicembre del 336, quando la Chiesa cristiana sovrappose alla festa pagana del Sol Invictus il ricordo della nascita di Gesù. Le antiche tradizioni dei Saturnali, con i loro rituali di scambio di doni e di convivialità, furono integrate nella nuova festività, dando vita a un simbolo universale di pace e di speranza.
Come possiamo ancora oggi accogliere il Natale? Le condizioni interiori per farlo sono almeno tre.
La porta che siamo chiamati ad attraversare nel Giubileo ci ricorda che siamo chiamati a liberare gli schiavi, a rimettere i debiti e a far riposare la terra che è di Dio. In questo anno di grazia siamo chiamati attraverso Gesù “a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi” (Lc. 4,18).
Inoltre occorre scegliere di accogliere il Bambino che nasce, bisogna farlo nelle famiglie e nei luoghi di lavoro in società e in politica. La Paternità di Guttuso ci fa contemplare un padre che tiene tra le braccia un figlio appena nato. Quando lo facciamo non si ha più tempo di fare le piccole e grandi guerre. Crescere la vita non ci fa diventare più buoni, ma più pacificati.
Infine, siamo chiamati ad accogliere i regali con la stessa logica di Dio: quella di donare, per donarsi. È nel donatore che vive il regalo, non nel consumo che ci consuma. Nel dono della nostra vita agli altri si nasconde la presenza di questo mistero d’Amore.