Ripartire da una parola: rispetto. Lo ha chiesto al Paese il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel discorso di fine d’anno: “Il rispetto verso gli altri rappresenta il primo passo per una società più accogliente, più rassicurante, più capace di umanità. Il primo passo sulla strada per il dialogo, la collaborazione, la solidarietà, elementi su cui poggia la nostra civiltà”. Rispetto della vita, della sicurezza di chi lavora. Il rispetto inteso come “cura di qualcosa o qualcuno”, la scelta di prestare attenzione ai bisogni e ai sentimenti degli altri.
È per il Presidente una sorta di password per affrontare i grandi temi dell’agenda pubblica: dalla fragilità della pace alle disuguaglianze, dalla giustizia alla situazione carceraria, dai morti sul lavoro alle spese record per le armi. Dal rispetto nasce anche il potere della parola: la centralità della comunicazione, dell’informazione e del linguaggio per ricordare il potere di costruire o distruggere, di unire o dividere. Altrimenti senza rispetto, la bambina morta a Gaza o la detenzione di Cecilia Sala subiscono il prezzo di chi il rispetto lo nega e lo viola.
Ma c’è di più. Dal rispetto si fonda anche la coesione sociale. Lo ha rilevato anche il Rapporto Censis 2024 che dipinge un quadro multiforme della società italiana, caratterizzata da una crescente instabilità. Gli eventi internazionali, la crisi del ceto medio, la disaffezione politica e le preoccupazioni legate ai cambiamenti climatici e ai flussi migratori hanno creato un contesto sociale di paura e di provvisorietà. Anche la denatalità in costante aumento e la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi rappresentano una minaccia per il nostro modello di sviluppo. Ma se si ripartisse dal rispetto non sarebbero impossibili politiche legate alla natalità, alla conciliazione tra lavoro e famiglia e alla sostenibilità ambientale.
La conseguenza di questo scenario è l’emergenza silenziosa che il Paese sta affrontando: la solitudine dei giovani e degli anziani. Oltre la metà dei giovani tra i 18 e i 34 anni in Italia soffre di fragilità, solitudine e disturbi mentali, con manifestazioni di ansia, depressione e disturbi alimentari. Molti giovani cercano aiuto in psicoterapia o attraverso farmaci, altri scelgono di emigrare. Negli ultimi dieci anni, infatti, oltre 350.000 giovani laureati hanno lasciato l’Italia in cerca di nuove opportunità.
Nonostante la società post-pandemica sia ritornata alla convivialità, oltre 8,8 milioni di persone si definiscono sole. È questo il dato su cui vigilare, altrimenti la solitudine sociale diventa un deserto dove l’anima morirà di sete.
Il cuore di chi spera deve aderire alla luce delle stelle, senza farsi inghiottire dal buio della notte. È per questo che il Papa nella celebrazione del Te Deum di fine anno ne ha ricordato l’antidoto: “La speranza di un mondo fraterno non è un’ideologia, non è un sistema economico, non è il progresso tecnologico”. È la relazione tra noi e con Dio. Per la Chiesa il principio di fraternità è un principio spirituale e politico, si genera dal rispetto, nutre leggi e riforme, comportamenti personali e paradigmi politici nuovi.
Un principio come quello della fraternità si fonda sul rispetto e vive solamente se lo si incarna. Nel Messaggio per la 58° giornata mondiale della Pace, il Papa propone tre azioni concrete: anzitutto il riconoscimento di un debito ecologico tra il Nord e il Sud del Mondo per ridimensionare o condonare il debito estero attraverso la creazione di una Carta finanziaria globale. Secondo: l’eliminazione della pena di morte per affermare il rispetto della vita. Terzo: utilizzare le spese per gli armamenti per costituire un Fondo mondiale che combatta la fame, promuova la costruzione di scuole e ospedali, di pozzi d’acqua e di tutto ciò che arresta l’inquinamento.
Sono azioni concrete, sono un segno di rispetto per i popoli e per gli altri, ma anche per se stessi.