Giornalista, saggista esperto di etica dell’IA e attivista. Presidente dell’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) Abruzzo e autore del volume Giornalismo ed etica della comunicazione nell’era degli user generated content e dell’intelligenza artificiale, Roma, Castelvecchi, 2025.
A 25 anni lei è il più giovane presidente eletto alla guida di una sede Ucsi. Come è nato il suo interesse per il giornalismo, quali sono state le figure che l’hanno avvicinato alla scrittura?
È nato in famiglia, prima di tutto: in casa i giornali si leggevano davvero, non si sfogliavano soltanto, e le parole avevano un peso che ho imparato a riconoscere da bambino. Poi, nel corso degli studi, sono arrivate figure che mi hanno lasciato un segno preciso. Lo scautismo mi ha insegnato il senso del servizio e la fatica di camminare insieme agli altri, prima ancora di quella della scrittura. Don Lorenzo Milani mi ha mostrato che le parole, quando sono vere, possono restituire dignità e coscienza a chi non ne ha voce; la sua lezione sull’obbedienza che non è virtù resta per me un punto fermo. E poi Alberto Manzi, il maestro per eccellenza, quello che ha insegnato a leggere e scrivere a un intero Paese, senza mai smettere di credere che ognuno meriti gli strumenti per pensare con la propria testa. Grazie all’Ucsi ho potuto vivere anche esperienze europee, a Strasburgo e a Bruxelles, che mi hanno aperto lo sguardo oltre i confini regionali.
Nel suo libro Giornalismo ed etica della comunicazione nell’era degli user generated content e dell’intelligenza artificiale affronta il delicato argomento della morale nel contesto della comunicazione digitale. Quali sono i principi che devono ispirare il giornalista nell’informazione contemporanea?
Nel libro provo a spiegare che i codici deontologici, da soli, non bastano più. Sono necessari, ma restano regole pensate per una categoria professionale, mentre oggi chiunque produce e diffonde contenuti. Serve qualcosa di più profondo: un’etica della comunicazione che valga per tutti, non solo per chi ha il tesserino. Il primo principio, per me, resta il servizio alla verità, intesa non come possesso di chi ha più visibilità o più potere tecnico, ma come bene comune da costruire insieme, con verifica, tempo e onestà intellettuale. Il secondo è la cura dei legami: l’informazione non dovrebbe mai trattare le persone come dati da ottimizzare, ma come vite da rispettare. L’Ucsi ha provato a tradurre tutto questo in un progetto concreto, quello delle 5M, che capovolge le classiche 5W: più domande, più fonti, più tempo, più linguaggi, più tutele e diritti, più umanità. Non è uno slogan, è un modo per ricordarci che la velocità non può mai sostituire la responsabilità.
Con Magnifica Humanitas, Papa Leone ci ricorda che la comunicazione «non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura». Quali possono essere gli strumenti per evitare che la cultura che si genera nella rete diventi strumento di eccessiva distrazione, di omologazione e di dominio?
Quella frase mi ha colpito perché coincide con qualcosa che ho provato a raccontare anche nel mio lavoro: la rete non è neutra, produce immaginario, e chi controlla le piattaforme ha un potere enorme di rendere desiderabile una certa visione della realtà e di demolirne altre. Per non cadere nella distrazione permanente e nell’omologazione serve, credo, prima di tutto, tornare a valorizzare chi sa ancora orientare senza imporre: quelli che nel libro chiamo, con una parola forse fuori moda, i maestri. Non gli influencer che rassicurano, ma le voci che aiutano a dubitare e a pensare con la propria testa. Poi servono strumenti più concreti: regole che rendano trasparenti i criteri con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati. Un giornalismo che torni a argomentare invece di rincorrere la reazione immediata, e una scuola e una famiglia capaci di fare media education vera, non solo alfabetizzazione tecnica. È un lavoro che richiede pazienza e lentezza, che nel tempo dell’immediatezza, è già di per sé un atto di resistenza culturale.
L’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: incidendo nella vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà. Come accompagnare le persone ad un utilizzo consapevole, evitando il rischio di usi evidentemente antiumani, come la manipolazione dell’informazione?
Credo che il primo passo sia smettere di considerare l’intelligenza artificiale uno strumento moralmente neutro. Non lo è, perché ogni sistema riflette scelte, priorità, e a volte pregiudizi di chi lo ha progettato e addestrato. Se una decisione che riguarda un lavoro, un credito, una reputazione viene affidata a un algoritmo, senza che nessuno se ne assuma davvero la responsabilità, quella decisione perde qualcosa di umano che non si può recuperare a posteriori. Per questo insisto molto, anche nel mio libro, sul concetto di algoretica: l’idea che l’etica debba entrare nella progettazione fin dall’inizio, e non arrivare dopo, quando i danni sono già stati fatti. Ma non basta chiedere alle macchine di essere più morali, se poi quella morale la decidono in pochi. Serve trasparenza su come funzionano questi sistemi, serve poter contestare una decisione automatizzata, e serve soprattutto formazione: le persone vanno accompagnate a capire che uno strumento può essere prezioso senza per questo meritare fiducia cieca. È lo stesso spirito delle 5M di cui parlavo prima: più tutele, più diritti, più umanità, applicati anche a come scegliamo di usare l’intelligenza artificiale, non solo a come la costruiamo.
Il digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma vissuto, soprattutto per i più giovani. Quali sono i consigli che si sente di dare ai giovani per orientarsi consapevolmente in questo ambiente?
Il primo consiglio è forse il più semplice da dire e il più difficile da praticare: darsi del tempo. Le risposte rapide, i contenuti che scorrono senza sosta, ci abituano a credere che tutto debba essere immediato, ma le cose che contano davvero, un’amicizia, un pensiero maturo, un giudizio equilibrato, hanno bisogno di essere costruite con calma. Questo ci spinge a sfidare la nostra stessa costituzione: siamo programmati per procedere per euristiche, per scorciatoie mentali. Ma oggi più che mai c’è bisogno di andare oltre la superficie. Poi direi di non avere paura di annoiarsi. La noia, oggi quasi bandita, è spesso lo spazio in cui nascono le domande più vere. Consiglierei anche di cercare, dentro e fuori dalla rete, persone che sappiano davvero ascoltare e far pensare, più che semplicemente intrattenere o rassicurare: i maestri esistono ancora, vanno solo cercati con più attenzione. E infine, un invito alla cura: imparare a riconoscere quando un contenuto cerca di manipolare, difendere la propria dignità online come si farebbe offline, e rispettare sempre quella degli altri. Il digitale non è un altrove da cui rifugiarsi, né un nemico da temere. È parte della vita reale e va abitato con la stessa responsabilità con cui si abita il mondo fuori dallo schermo.