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5 Domande a…Francesco Massara

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Intervista a Mons. Francesco Massara, Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche e Vescovo di Fabriano – Matelica.

 

Arcivescovo Massara, le Diocesi di Camerino-San Severino Marche e Fabriano-Matelica
sono state pesantemente colpite dal drammatico sisma del 2016. A dieci anni dal tragico evento,
qual è la situazione?

Purtroppo, a dieci anni da quei giorni terribili, la ferita nel nostro territorio è ancora visibile. È vero
che oggi possiamo riscontrare i primi segnali di speranza: tantissimi cantieri aperti attraversano le
nostre città e i nostri paesi.
Molte case e chiese sono state ricostruite o riparate dopo la devastazione del sisma, e ciò costituisce
un segno inequivocabile che la comunità non si è voluta arrendere.
Tuttavia, non posso tacere un aspetto molto delicato che io stesso, purtroppo, constato continuamente:
la ricostruzione materiale è solo una parte del cammino. Il terremoto, infatti, ha distrutto le strutture,
le case e i luoghi di culto, ma lo scorrere inesorabile del tempo ha distrutto le comunità.
I pesanti ritardi nella ricostruzione hanno, purtroppo, accentuato il rischio della desertificazione dei
nostri paesi.
È nostro compito, quindi, ricordare che ognuno è responsabile di ciò che gli è stato affidato.
Torno a ribadire la gravità e l’entità dei danni causati dai ritardi, accennando solo a qualche aspetto:
• non si possono attendere anni prima di ottenere i progetti completi e le relative autorizzazioni;
• le procedure non possono incepparsi a causa di continue e puntiformi richieste di integrazione
ai progetti: sarebbe stato molto più ragionevole e semplice richiederle tutte insieme, anziché
procedere “a pioggia”;
• inoltre, i tempi per l’esecuzione dei lavori da parte delle imprese e la qualità dei lavori da esse
realizzati dovrebbero essere conformi a quanto stabilito nei contratti e non prolungarsi a causa
di proroghe infinite, che portano il cittadino all’esasperazione;
• nelle scelte istituzionali non è corretto fare differenze tra i territori del cratere. È vero che,
grazie a Dio, la nostra Diocesi non ha dovuto piangere vittime immediate del sisma. Tuttavia,
il ritardo nella ricostruzione ha corroso gli animi, affievolito le speranze e causato un altro
tipo di “morte”, quella dell’anima.
Voglio ribadire che devono essere emanate norme sociali ed economiche a favore di tutti i paesi colpiti
dal dramma del terremoto, dal più piccolo al più grande.
Il tempo passa e, con esso, la vita, che non potrà essere più recuperata.
Resta aperta la sfida di ricucire il tessuto umano e sociale dei nostri territori, creare posti di lavoro,
investire sulla produttività locale e restituire vitalità e presenze ai nostri borghi e alle nostre montagne.
Se le nuove generazioni non trovano lavoro e servizi, chi potrà biasimarle se preferiranno
abbandonare i luoghi nativi? Lo spopolamento non è soltanto un rischio teorico: è, purtroppo, un
fenomeno già in atto che, per molti aspetti, appare inarrestabile.

Secondo il suo giudizio, la ricostruzione strutturale, economica e sociale dei territori colpiti è
caratterizzata da una buona collaborazione tra Stato, Enti locali e cittadini? Quale è il ruolo
della Chiesa nel sostenere le comunità colpite dal sisma?

La ricostruzione è una realtà molto complessa. Sono stati necessari anni prima che la sinergia tra
istituzioni riuscisse ad armonizzarsi e ad agire concretamente.
L’alleanza tra Stato, Enti locali e cittadini è essenziale. Quando c’è sintonia, i risultati arrivano.
Purtroppo, sono trascorsi anni nell’inerzia, a causa di una burocrazia paralizzante che ha messo a dura
prova la pazienza di tutti.
Solo recentemente, grazie anche all’intervento della Struttura commissariale per la ricostruzione, la
farraginosa macchina burocratica ha iniziato a muoversi.
In questo scenario, ritengo che il ruolo della Chiesa non sia stato soltanto di natura umana e spirituale.
Innanzitutto, la nostra Arcidiocesi di Camerino – San Severino Marche ha contribuito a sostenere le
famiglie in difficoltà, fin dal primo momento di emergenza, attraverso i centri della Caritas.
Questo impegno prosegue anche oggi senza sosta.
Non solo. Il nostro Ufficio diocesano dei Beni culturali, partendo dall’esperienza maturata sul campo,
ha offerto professionalità e suggerimenti concreti agli organi istituzionali, soprattutto per segnalare
quali procedure potevano essere semplificate e accelerate.
In tutto ciò, come cristiani, siamo sempre chiamati a essere prossimi, a custodire la memoria e a tenere
accesa la speranza, facendo sì che nessuno si senta solo, o venga dimenticato.

Lei è riuscito a realizzare nella Città di Camerino un sogno che aveva fin dal suo arrivo: il
Centro Pastorale, un luogo di incontro intergenerazionale (oratorio, centro di ascolto, casa del
clero) nello stesso complesso. Crede che sia importante replicare questo spazio di aggregazione
in altri luoghi delle Diocesi per favorire una sana ricostruzione sociale?

Sì, credo fortemente che gli spazi di aggregazione intergenerazionale, come il Nuovo Centro Pastorale
di Camerino, siano vitali per il futuro.
In seguito ad un trauma così profondo come il terremoto, le persone – e i giovani in particolare – hanno
bisogno di luoghi fisici in cui ritrovarsi, dialogare e fare comunità.
Purtroppo, al momento, non è stato ancora possibile realizzare la “casa del clero”, ma confido che in
futuro questo sogno possa compiersi per favorire l’incontro e lo scambio tra generazioni.
Da quando è stato inaugurato, nel giugno del 2024, il Nuovo Centro Pastorale sta riscontrando un
grande successo. Esso rappresenta un punto di riferimento per tantissimi giovani, accoglie ritiri
spirituali, conferenze su temi culturali e consente ai più piccoli di divertirsi nell’ampia area esterna
attrezzata, in un contesto protetto in cui si respirano i valori cristiani.
Sarebbe auspicabile replicare queste esperienze in altre realtà diocesane, perché questo significa
investire sulla prevenzione della solitudine e sulla coesione sociale.

Papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas ci invita a non essere “spettatori
rassegnati di fratture sociali e culturali, semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini
che entrano nei cantieri della storia […] per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è
esposto”. Secondo lei, come, nei territori colpiti dal sisma, si può educare ed incentivare ad una
“corresponsabilità coraggiosa” della comunità? Quale è il ruolo della Chiesa
nell’accompagnare questo processo?

Educare alla corresponsabilità significa risvegliare nelle coscienze la consapevolezza di non essere
semplici ospiti o vittime della storia, ma protagonisti del proprio presente e del domani.
La Chiesa si pone come una palestra di cittadinanza attiva, attraverso l’insegnamento vivo del
Vangelo vissuto giorno dopo giorno.
In questa prospettiva, accompagnare le comunità significa camminare accanto alla gente, ascoltare i
loro bisogni reali, comprendere i desideri dei più giovani, incoraggiare iniziative attraverso le quali
ciascuno mette a disposizione i propri talenti per il bene comune.

Recentemente ha rilevato che nel territorio del cratere c’è stato un “tragico aumento di suicidi
e dell’assunzione di psicofarmaci, anche tra persone molto giovani”. Come può la Chiesa, nel
momento storico che stiamo vivendo, aiutare i giovani, che sono il futuro della società, a non
“crollare” davanti alle difficoltà della vita?

Ho sempre voluto sottolineare il volto nascosto del terremoto. I dati sull’aumento del disagio in
generale non vanno letti come semplici statistiche, ma con un obiettivo preciso: non lasciar cadere
nel vuoto questo straziante “grido” di aiuto. È importante segnalare questi dati, ma è ancora più
importante interrogarsi sulle cause che li generano.
Quindi, ritornando a ciò che ho detto poco fa: per aiutare i giovani, è necessario prima di tutto
ascoltarli senza giudizio e offrire loro strumenti per esprimere le loro potenzialità. Abbiamo una
corresponsabilità educativa molto importante che implica anche l’individuazione di adulti disponibili
e credibili, che sappiano offrire il loro tempo, l’ascolto, la pazienza, l’empatia, la capacità di mettersi
al loro fianco con gratuità e spirito di servizio.
La Chiesa vuole essere una casa aperta per tutti, soprattutto per ogni ragazzo e ragazza che voglia
sperimentare l’accoglienza, la tenerezza di Dio e la bellezza di legami autentici, che salvano dalla
dispersione e dall’isolamento, e proiettano in una rete di relazioni sane e costruttive capaci di salvare
da eventuali “crolli”.
La nostra Diocesi si sta impegnando molto nella formazione di laici e di catechisti, proprio per inviarli
a testimoniare la vita buona del Vangelo all’interno delle comunità: così come avveniva agli albori
del cristianesimo, ogni credente deve sentirsi partecipe e responsabile dell’annuncio

 

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