Il contesto geopolitico si presenta sempre più turbolento e complesso, crescendo posizioni decise e autonome dai consessi internazionali da parte delle grandi potenze. Le nazioni sono chiamate a porre termine alla guerra in Ucraina, pacificare la Palestina e gestire la concorrenza su scala globale tra Stati Uniti e Cina, all’ombra di uno sviluppo tecnologico in cui le grandi imprese multinazionali si configurano come veri e propri attori geopolitici.

In questo scenario le democrazie occidentali perdono sempre più vigore, non riuscendo spesso ad assumere posizioni efficaci e non sviluppando percorsi sociali ed economici con le nazioni emergenti. I paesi europei sono concentrati nel porre in essere la migliore risposta possibile alle scelte e decisioni, spesso imprevedibili, che vengono prese in luoghi sempre più lontani.

Il nuovo equilibrio internazionale ha manifestato anche una tensione fra gli Stati Uniti e l’Europa centrata sulla ricerca da parte europea di un senso di identità ed importanza in un mondo in cui il Vecchio Continente non controlla più le decisioni fondamentali e una visione statunitense sempre più autonoma, impegnata nel difendere il ruolo di nazione eccezionale nel contesto globale. La politica di Washington è principalmente dedita al consolidamento degli interessi in America latina, il rafforzamento delle alleanze militari nell’Indo Pacifico, il reperimento di fonti energetiche e lo sviluppo degli interessi economici e commerciali su scala globale.

Effetto di questo nuovo assetto è l’allontanamento statunitense dalle posizioni europee. Gli Stati Uniti che hanno assunto per anni una postura più vicina a quella di garante che di alleato, assicurando sicurezza e sostenendo lo sviluppo, oggi appaino sempre più dei partners economici e fornitori di mezzi e servizi.

È evidente la preoccupazione dell’Europa, la quale non riesce a leggere e comprendere le scelte del suo più importante e storico alleato. Il processo di distacco statunitense dall’Europa parte da lontano, risuonano le parole di Charles De Gaulle espresse nel corso di una conversazione con Andrè Malraux nel 1969: “Non credo che, nonostante la loro potenza, gli Stati Uniti abbiano una politica a lungo termine. La loro aspirazione, che un giorno soddisferanno, è quella di abbandonare l’Europa a sé stessa. Vedrete”.

I popoli europei sono chiamati a trovare dentro di loro una forza per resistere e perseverare in un momento in cui la nostra società è assalita da dubbi, volgendosi a nuovi compiti di costruzione, pur prendendo coscienza dei limiti delle nostre capacità. L’Europa, infatti, non può essere relegata ad un concetto geografico, bensì culturale.

Il recupero dell’identità cattolica rappresenta un’opportunità, portando in sé i valori dell’umanesimo ed il fiorire dell’idea di persona, che si concretizza in uomini e donne per gli altri, in cui l’appartenere all’altro costituisce la stessa identità di un popolo.

Il nostro continente per troppo tempo ha sviluppato una cultura tecnica che rende irrilevante Dio nella coscienza pubblica. L’elemento morale si basa sull’interesse e le conseguenze del proprio agire determinando cosa bisogna considerare bene o no. In una Europa multiculturale, questo relativismo si è concretizzato in una barriera all’integrazione delle diverse anime che abitano il continente.

La politica europea è tenuta ad analizzare la realtà, attuando una riforma del proprio sistema incentrata principalmente sulla collaborazione tra gli stati, lo snellimento delle procedure burocratiche e nel rafforzare i legami culturali, sociali e spirituali che uniscono le persone.

È il momento di dare una nuova linfa al progetto europeo, non nella prospettiva di difendere il privilegio di una società del benessere che sta vivendo una fase di crisi, ma rilanciando l’idea di un popolo che crede in sé stesso, che detiene una grande cultura e che ha voglia di rigenerarsi, esplorando nuove strade e immaginando nuovi scenari. La vitalità dei popoli si attesta nella risposta da essi fornita al dilemma della libertà: dai modi di conciliare la diversità con l’unità, l’indipendenza con la collaborazione, la libertà con la sicurezza.

Solo la ripresa di una dinamica politica europea fondata sui diritti della persona e il rifiorire della nostra cultura, potrà portare il miglioramento dei rapporti diplomatici, lo sviluppo dei sistemi di difesa condivisi ed il raggiungimento dell’autonomia energetica; tutti elementi necessari per assumere un ruolo di rilievo nel contesto globale.

Il filosofo tedesco Kant, nel suo saggio Per la pace perpetua, aveva scritto che la pace è inevitabile; essa sarebbe stata il risultato o di un senso della giustizia condivido da tutti i paesi, o di un ciclo di guerre sempre più violente che avrebbero insegnato all’uomo la futilità del conflitto. Gli eventi recenti stanno fornendo u nuovo significato al presagio di Kant. La radice della crisi di questi giorni sta nel fatto che se la ricerca della pace diviene solo obiettivo dell’azione politica, la paura della guerra diventa un’arma crudele nelle mani dei più potenti e genera il disarmo morale.

Il contesto attuale governato dalla competizione tra gli stati egemoni e la rinascita di sfere di influenza rappresenta una grave e complessa questione per la maggior parte delle nazioni, schiacciate dagli interessi e dalle scelte delle grandi potenze.

L’Europa, davvero unita, indipendente nel contesto globale e testimone credibile di una pace duratura, ha la possibilità di diventare capofila di un nuovo multilateralismo, fuori dalla logica della lotta per il predominio delle grandi potenze, fondato sull’impegno e lo sforzo finalizzato alla pace e contemporaneamente alla giustizia, per una fine delle guerre che non porti alla tirannia e per un rispetto attivo della giustizia che non provochi disastri.