A ottant’anni dall’insediamento dell’Assemblea Costituente, le fondamenta della nostra democrazia interrogano ancora il presente. In questa intervista di Edoardo Baccari del Centro studi Borgogna, padre Francesco Occhetta rilegge la genesi della Carta tra fedeltà ai principi e sfide contemporanee, sviluppando le riflessioni del suo volume Le radici della democrazia. I principi della costituzione nel dibattito tra gesuiti e costituenti cattolici, Jaca book, Milano, 2012.
Quali sono, oggi, le “radici della democrazia” italiana? E quanto siamo ancora consapevoli di quelle radici?
Le radici della democrazia italiana nascono anzitutto da una frattura storica: la guerra, il fascismo, la negazione della libertà e l’umiliazione della persona. La Costituzione nasce dalla decisione di non tornare indietro. Ma quelle radici sono anche l’incontro di grandi culture politiche — cattolica, socialista, comunista, liberale — che, pur partendo da concezioni diverse della società, riuscirono a costruire un terreno comune.
Il punto decisivo, che cerco di mostrare nel libro, è che la democrazia fu pensata non soltanto come metodo per decidere, ma come valore: dignità della persona, libertà, uguaglianza, solidarietà, lavoro, pluralismo, autonomie, laicità, pace.
Oggi temo che conosciamo più la Costituzione come testo che le ragioni storiche e morali che l’hanno generata. E quando si perdono le radici, anche le parole rischiano di svuotarsi: democrazia, libertà, uguaglianza possono diventare formule che ciascuno riempie come vuole. Per questo il problema non è soltanto difendere la Costituzione, ma tornare a educare alla cultura costituzionale.
Lei definisce la nascita dei principi costituzionali un “evento di coscienza”. Cosa significa? E cosa aveva quella generazione politica che forse manca alla politica contemporanea?
“Evento di coscienza” significa che la Costituzione non nasce semplicemente dall’accordo tecnico di alcuni giuristi. Nasce da uomini e donne che avevano attraversato una tragedia e si domandavano: che cosa dobbiamo costruire perché ciò che è accaduto non accada più? La guerra era appena terminata, la persona era stata umiliata, le ideologie avevano mostrato la loro capacità totalizzante; dentro questa esperienza i costituenti cercarono un fondamento morale comune.
Quella generazione aveva soprattutto tre caratteristiche: formazione, capacità di mediazione e senso del limite. Lelio Basso ricordava che La Pira, Dossetti, Moro, Togliatti e lui stesso riuscivano a incontrarsi e a costruire accordi che poi diventavano articoli della Costituzione. Non perché fossero meno divisi di noi, ma perché sapevano distinguere l’identità di parte dal bene comune.
Forse oggi manca soprattutto questo: la politica tende a chiedersi quale consenso immediato produca una decisione; i costituenti dovevano chiedersi quale Paese quella decisione avrebbe costruito nei decenni successivi.
Dove si concentrarono gli “scontri” tra i costituenti cattolici e i gesuiti de La Civiltà Cattolica? E quali furono i punti d’incontro?
È uno degli aspetti storicamente più interessanti. Le divergenze non riguardavano tanto la fede, quanto l’antropologia e la concezione della democrazia.
I gesuiti de La Civiltà Cattolica erano prevalentemente legati a una concezione giusnaturalistica, fortemente anticomunista e più diffidente verso il sistema dei partiti e la democrazia rappresentativa. I costituenti cattolici — soprattutto Dossetti, Moro e La Pira — erano invece influenzati dal personalismo e da Maritain. Il libro sintetizza la differenza proprio così: da una parte i giusnaturalisti, dall’altra i personalisti.
Gli scontri riguardarono quindi il ruolo dei partiti, il modello centralistico o autonomistico dello Stato, la rappresentanza politica, il rapporto tra Stato e Chiesa, la famiglia e la libertà religiosa. Ma esisteva un punto di convergenza fondamentale: la dignità della persona umana. Ed è proprio qui che il mondo cattolico riuscì a dare uno dei contributi più fecondi alla Costituzione.
La dignità della persona è ancora realmente al centro dell’azione politica?
Direi che rimane al centro dell’architettura costituzionale, ma non sempre delle dinamiche politiche, economiche e comunicative.
La grande intuizione dei costituenti fu non pensare mai la persona come individuo isolato. La persona costituzionale è libera, ma è anche relazionale e responsabile. Moro diceva che la libertà non coincide con l’arbitrio e trova il suo compimento nella solidarietà; La Pira legava libertà e responsabilità verso l’altro.
Oggi questa visione è sottoposta a pressioni nuove: la forza dei mercati globali, la rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale, la trasformazione del lavoro, le disuguaglianze, le guerre, la crisi demografica. La domanda costituzionale diventa allora molto concreta: la tecnologia, l’economia e lo Stato sono al servizio della persona oppure la persona rischia di diventare funzionale ai sistemi?
La Costituzione offre ancora un criterio molto potente: prima viene la persona, poi vengono gli interessi.
Dei nove principi, quale ritiene maggiormente sotto pressione?
Più che isolare un principio, vedo sotto pressione l’equilibrio tra i principi. Nel libro insisto su questo: democratico, personalista, pluralista, lavorista, solidaristico, egualitario, autonomistico, laico e pacifista definiscono la dignità della persona proprio perché operano attraverso un delicato sistema di pesi e contrappesi.
Se però devo indicare una tensione particolarmente evidente oggi, guarderei al principio di solidarietà. Perché senza solidarietà la libertà rischia di trasformarsi nel diritto del più forte, l’uguaglianza rimane formale e il pluralismo diventa frammentazione.
E aggiungerei il principio pacifista, perché la storia ci ha riportato davanti a una domanda che pensavamo di poter lasciare al Novecento: quale ordine internazionale vogliamo costruire quando torna a prevalere la logica della forza?
La Costituzione può essere modificata? Dove passa il confine tra aggiornare la Carta e rispettarne i principi?
La Costituzione stessa prevede la propria revisione: l’articolo 138 disciplina espressamente il procedimento e costruisce garanzie rafforzate rispetto alla legislazione ordinaria. (Senato) Quindi pensare che non possa essere modificata significherebbe contraddire la Costituzione stessa.
Ma distinguerei tra principi e strumenti. Gli strumenti istituzionali possono e, quando necessario, devono essere aggiornati. I principi fondamentali rappresentano invece l’identità costituzionale entro cui le riforme acquistano senso.
Nel libro uso l’espressione “fedeltà creativa”: essere fedeli alla Costituzione non significa immobilizzarla nel 1948, ma consentirle di rispondere a problemi che i costituenti non potevano conoscere.
Il criterio è quindi questo: una riforma dovrebbe rendere più effettivi dignità, libertà, uguaglianza, partecipazione e solidarietà, non indebolirli. La Costituzione deve essere insieme ispirazione e limite del potere politico.
Quanto può essere forte una democrazia se i cittadini smettono di partecipare?
Molto poco, perché la partecipazione non è un accessorio della democrazia: è una delle sue condizioni vitali.
Il problema non riguarda soltanto il voto. Riguarda ciò che accade tra un’elezione e l’altra: associazioni, sindacati, partiti, scuole, università, imprese, comunità religiose, volontariato. Sono quei “corpi intermedi” che La Pira e il personalismo costituzionale collocavano tra individuo e Stato. Il libro sostiene che la salute della democrazia andrebbe misurata anche attraverso la salute di questi corpi intermedi.
È significativo che Mattarella, proprio nel 2026, abbia richiamato la necessità di ricostruire “l’architettura della fiducia” tra cittadini e istituzioni e di ravvivare la partecipazione democratica. (Quirinale)
Una democrazia senza partecipazione può continuare formalmente a funzionare, ma progressivamente si svuota socialmente.
L’astensionismo è soltanto disaffezione verso i partiti? Come correggere questa rotta?
No. I dati mostrano un fenomeno più profondo. Alle elezioni europee del 2024 l’affluenza italiana è stata del 49,69%. (Ministero dell’Interno) Ma ancora più interessante è il dato ISTAT: nel 2024, tra gli oltre 15 milioni di cittadini dai 14 anni in su che non si informavano mai di politica, il 63% indicava come motivo il disinteresse e il 22,8% la sfiducia. Inoltre, rispetto al 2003, sono diminuite diverse forme di partecipazione politica. (Istat)
C’è dunque una crisi di appartenenza e di fiducia, non soltanto dell’offerta partitica. Anche la fiducia nei partiti rimane molto bassa: nel 2024 soltanto il 22,4% degli intervistati ISTAT attribuiva loro un livello di fiducia almeno sufficiente. (Istat)
La risposta, a mio avviso, non può essere moralistica: non basta dire ai cittadini “andate a votare”. Bisogna ricostruire le ragioni per cui valga la pena partecipare. Servono partiti democratici al loro interno, formazione politica, luoghi di partecipazione, corpi intermedi vivi e istituzioni capaci di ascoltare e decidere.
La partecipazione nasce quando una persona comprende che la propria voce può contribuire realmente al bene comune.
Come interpretare oggi l’articolo 11? E tacere davanti ai crimini di guerra significa rispettare il principio pacifista?
L’articolo 11 va letto per intero. Dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; ma aggiunge immediatamente l’apertura alle limitazioni di sovranità necessarie a costruire un ordinamento che assicuri “la pace e la giustizia fra le Nazioni”, promuovendo le organizzazioni internazionali rivolte a questo scopo. (Senato)
Quindi il pacifismo costituzionale non è indifferenza. È costruzione di un ordine di pace nella giustizia e nel diritto.
Questo significa che davanti a possibili crimini di guerra o violazioni del diritto internazionale non basta invocare genericamente la pace. Occorre che i fatti siano accertati dagli organismi competenti, che le responsabilità individuali siano perseguite secondo il diritto internazionale e che la dignità delle vittime sia riconosciuta indipendentemente da chi siano gli autori delle violazioni.
Il silenzio non è necessariamente neutralità. Ma anche la denuncia deve evitare di trasformarsi in propaganda. L’articolo 11 ci chiede qualcosa di più difficile: rifiutare la logica della guerra senza rinunciare alla giustizia.
Esiste ancora una cultura politica cattolica capace di incidere sul dibattito pubblico?
Distinguerei tra presenza politica dei cattolici e cultura politica di ispirazione cristiana. La stagione storica dell’unità politica dei cattolici appartiene al passato; questo però non significa che sia esaurito il contributo del pensiero cristiano allo spazio pubblico.
Anzi, la Costituzione ci insegna proprio il contrario. I cattolici riuscirono a incidere quando seppero tradurre categorie della propria tradizione in un linguaggio costituzionale condivisibile anche da chi non condivideva la fede: persona, solidarietà, sussidiarietà, lavoro, famiglia, corpi intermedi, bene comune.
E questo non contraddice la laicità. La Corte costituzionale, con la sentenza 203 del 1989, ha riconosciuto la laicità come principio supremo dell’ordinamento, ricavandola dal pluralismo, dalla libertà religiosa e dall’insieme degli articoli 2, 3, 7, 8, 19 e 20. (Corte Costituzionale)
La sfida contemporanea dei cattolici, quindi, non credo sia ricostruire un partito confessionale, ma generare pensiero politico, formare coscienze e offrire alla società categorie capaci di parlare a tutti. Il cristiano non deve chiedere privilegi nello spazio pubblico: deve assumersi responsabilità nello spazio pubblico.
Se dovessimo piantare oggi le radici della democrazia delle prossime generazioni, da dove dovremmo ricominciare?
Ricomincierei da tre parole: coscienza, legami, formazione.
Coscienza, perché nessuna Costituzione può sostituire cittadini capaci di distinguere il bene comune dall’interesse particolare. Legami, perché la democrazia muore quando rimangono soltanto l’individuo e lo Stato: tra i due servono famiglie, scuole, associazioni, comunità, sindacati, imprese responsabili, partiti, luoghi nei quali impariamo a stare con chi è diverso da noi. Formazione, perché la generazione della Costituente non si improvvisò: arrivò a quell’appuntamento dopo anni di studio, associazionismo, resistenza civile, servizio e formazione politica. Nel libro questo passaggio è centrale: dalla solitudine dell’“io” alla comunione delle persone, attraverso i legami e l’ascolto di idee diverse dalle proprie.
Aggiungerei oggi una quarta parola: responsabilità. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, della comunicazione istantanea, delle guerre e delle grandi trasformazioni economiche, non basta rivendicare diritti: dobbiamo tornare a chiederci di che cosa siamo responsabili gli uni verso gli altri.
In fondo, questa è la lezione più attuale della Costituente: la democrazia non si eredita una volta per tutte. Ogni generazione deve decidere se limitarsi ad abitarla o tornare a generarla.