Tra i molti libri che vengono pubblicati ce ne sono alcuni poco noti, scritti forse più per se stessi che per i lettori, ma che proprio per questo conservano qualcosa di raro. Sono come piccole perle nascoste, libri non pensati per il mercato, ma nati da una necessità interiore. È il caso di A zonzo con gli immortali, scritto da Franco Cattaneo, un fine umanista, già noto avvocato novarese e sindaco per due mandati di un paese poco distante da Novara.
L’Autore procede come un impressionista, non costruisce un trattato, dipinge idee e dialoghi, domande e dubbi. Le sue sono pennellate forti, talvolta malinconiche, altre volte ironiche, attraverso le quali prende vita una singolare compagnia di amici. Sono gli autori dei libri letti durante una vita e rimasti dentro di lui fino a diventare, appunto, immortali. E allora che fare? La soluzione è semplice: andare a trovarli. L’Autore attraversa il suo tempo cronologico e li incontra, li invita a pranzo e, dettaglio non secondario, paga sempre lui il conto, quasi a restituire almeno in parte l’onore di essere stato ricevuto nelle loro opere.
Emerge così una vita nascosta, forse persino più reale della ruotina quotidiana nella quale l’autore sente spesso di rimanere intrappolato. È la vita custodita nella mente, nel cuore e nell’anima. Si costruisce così una “realtà vitale” nella quale gli immortali tornano contemporanei, capaci di comprendere, scrive l’Autore, “parole e sentimenti che nessuno più vuole ascoltare e capire… in cerca di quel rifugio lontano dal tempo, che non è più il mio”.
Il viaggio comincia con Marcel Proust e la frizzante Odette. Del grande scrittore francese l’Autore sembra ricordare tutto: la delicatezza delle descrizioni e la durezza dei giudizi, quella ricerca del tempo che, proprio perché perduto, può essere ritrovato nella memoria. Poi arrivano Pirandello e Manzoni. Ed è qui che il gioco letterario diventa gustosissimo. Manzoni invita l’Autore all’anniversario di matrimonio di Renzo e Lucia, celebrato nel castello dell’Innominato, nel frattempo opportunamente ristrutturato e ammodernato. Ci sono tutti, da padre Cristoforo a don Abbondio, e poi il cardinale Borromeo, Perpetua. Mancano Gertrude, la monaca di Monza, e pochi altri. Ma soprattutto affiora un dubbio degno di un investigatore più che di un critico letterario: Agnese era davvero vedova? Manzoni risponde con prudente silenzio ma all’Autore rimane il sospetto che comunque viene vinto dalla forza dell’amore che copre ogni cosa.
Dal lago di Como si passa a Rodi, dove in un ristorante compare addirittura Omero. Seguono pagine felici sull’Odissea, sui suoi enigmi e sulle sue certezze. Ulisse, del resto, è forse il vero interlocutore segreto di questo libro. In parte perché deve tornare e torna senza essere più quello che era. Da qui nasce la nostalgia, definita “una affascinante e straordinaria realtà che immerge in una vita da sempre agognata, sognata e attesa”. Non è semplice rimpianto ma il desiderio di un mondo altro che continua a interrogare quello reale.
A Venezia compare Goldoni, amato per la capacità di mettere per iscritto il proprio animo e i propri pensieri, “illudendosi che, quella materializzazione lo liberi, come nel mio caso dai dilemmi esistenziali e dalle angosce di una vita noiosa e indecifrabile”. Qui si comprende che dietro il divertissement letterario c’è qualcosa di più serio.
Poi improvvisamente il volume scava, come Agostino, alla ricerca della sorgente interiore; vola, come Icaro, verso ciò che rimane irraggiungibile. Lo dicono alcuni versi particolarmente rivelatori: “Quando ti chiederanno perché / nella mia vita ho così penato, / tu senza timore griderai: / per cercare libertà e verità”.
Quando arriva Leopardi la domanda diventa inevitabilmente di senso: era ateo? La risposta dell’Autore è tra le frasi più riuscite del libro: “Non è ateo chi continua a cercare e si dispera nel non capire e nel non trovare”. È una definizione che include Leopardi e riguarda ogni uomo inquieto. Chi si pone seriamente domande sulla vita difficilmente può vivere tranquillo. Forse il vecchio adagio “ignoranza, felicità” contiene più verità di quanto siamo disposti ad ammettere.
Poi arriva Napoleone, che ammette la sconfitta di Waterloo, ma non quella del sogno che lo animava. Con Tolstoj si parla del male, della storia, dell’aldilà e del sogno; e soprattutto aleggia l’ombra del Grande Inquisitore di Dostoevskij. Il viaggio continua da Socrate fino ad Hannah Arendt, con la quale il confronto sulla democrazia diventa serrato e disincantato. Poi Puccini, le sue opere e la Callas. Qui non serve aggiungere molto: Puccini cantato dalla Callas può bastare per risorgere.
E ancora Michelangelo e Vasari, perché questo andare “a zonzo” non conosce confini tra letteratura, filosofia, musica e arte. Gli incontri si susseguono, ma lentamente il lettore comprende che gli immortali sono anche uno specchio, in realtà parla con loro per poter parlare con se stesso. Li interroga sulle domande che lo accompagnano da sempre: il tempo, la libertà, la verità, Dio, la morte, il male, l’amore, la politica, la nostalgia.
C’è poi un tocco d’immortalità tutto piemontese, con Cavour e la contessa di Castiglione, tra amori pubblici, passioni segrete e quelle zone d’ombra nelle quali la grande storia incontra inevitabilmente le piccole debolezze umane. Nel viaggio trova posto persino una sorta di processo di revisione — con assoluzione finale — di Machiavelli, troppo spesso ridotto al machiavellismo e assai meno letto nella complessità delle sue opere.
Davanti agli occhi enigmatici della Gioconda esplode invece una delle domande più profonde dell’Autore: il libero arbitrio è un dono o un ostacolo per l’umanità? La libertà può generare serenità, ma anche tormento, perché scegliere significa sempre escludere altre possibilità. E quando le scelte sono sbagliate, cuore e mente entrano in conflitto, generando quel dolore sottile che spinge a cercare altre rive sulle quali approdare. Forse è proprio questa inquietudine una delle chiavi segrete dell’intero volume.
Ad Asti appare Vittorio Alfieri, occasione per tornare alle Vite parallele di Plutarco. Poi Dante, che racconta l’aldilà, e Boccaccio, che preferisce esplorare con ben altro realismo l’aldiquà. Nel personale giudizio dell’Autore, ne esce meglio il secondo del primo: Dante gli appare maggiormente condizionato dalle categorie e dalle passioni del proprio tempo. Naturalmente essere ridimensionati sette secoli dopo non sembra aver danneggiato troppo la fortuna del poeta, che rimane comunque immortale.
La galleria diventa sempre più affollata. L’Autore dialoga con altri spiriti inquieti e tormentati come lui: Michelangelo e Leonardo, Colombo e Galileo, Napoleone e Pietro il Grande, Cavour e Washington, Lincoln e Bismarck, Garibaldi e Che Guevara. Gli accostamenti non obbediscono sempre alla cronologia né alle categorie degli storici. Sono pennellate poco ordinate, talvolta più ricche di colore che di approfondimento, ma proprio per questo autentiche: nascono dalla memoria personale delle opere incontrate e lette durante una vita. Non siamo davanti a una storia universale, ma a una geografia affettiva della cultura.
A un certo punto tutto confluisce addirittura a Ur, capitale dell’antica civiltà sumera, dove l’immaginazione colloca il Tudsu, il tribunale unico della storia universale, davanti al quale finiscono per essere giudicati persino Ulisse e Dante. A quel punto il lettore ha ormai capito le regole del gioco: meglio non stupirsi più di nulla.
Ma dietro il gioco rimane un sogno serio: trasformare il Paese dei Balocchi in uno spazio di responsabilità e di civiltà, capace di offrire libertà e benessere soprattutto a coloro che dalla vita hanno ricevuto meno. È qui che la fantasia dell’Autore diventa anche giudizio sociale e desiderio politico.
Il viaggio termina con un incontro sorprendente tra papa Roncalli e il Dio dichiarato morto dallo Zarathustra di Nietzsche. Ed è proprio nelle ultime pagine che l’Autore scopre maggiormente le proprie carte: “ciò che forse in qualcuno è morto sono la fede e la speranza di poter comprendere perché l’uomo e la donna si affidano esclusivamente all’intelletto che non sa dare risposte convincenti. Si crede solo a ciò che si vede, ignorando completamente ciò che si sente… L’umanità finge di non sentire l’altra realtà che sta dentro di noi: la coscienza”. È dunque lì che, per l’Autore, occorre continuare a cercare, dentro di noi.
È anche il limite fecondo del volume. Per gustarlo pienamente bisogna avere incontrato almeno un poco i suoi interlocutori. Senza conoscere Proust, Manzoni, Leopardi, Dostoevskij o Arendt, alcune battute rischiano di scivolare via; conoscendoli, invece, si scopre il gioco di rimandi, provocazioni e ironie che attraversa le pagine. Certo, la veste grafica non corrisponde alla qualità del contenuto. Ma lo avevamo premesso, è un’opera artigianale, con un valore in sé, nata lontano dalle logiche della grande distribuzione. E forse anche qualche imperfezione contribuisce al suo fascino.
Ci chiediamo se questo libro scava in profondità o vola in alto, fugge dalla realtà o vuole placare i tormenti delle domande ultime? Probabilmente è tutto questo ma soprattutto restituisce il ritratto di un uomo attraverso gli autori che lo hanno abitato perché i libri letti e amati entrano nella nostra biografia. Per questo nella copertina del volume appare Gilgamesh che vagò per tutta la sua vita alla ricerca dell’immortalità.
E qualche volta, se siamo fortunati, i loro autori escono persino dalle tombe o scendono direttamente dal cielo, accettano un invito a pranzo e finiscono per spiegarci qualcosa di noi. Purché, naturalmente, il conto del ristorante lo paghiamo noi.