Lo scorso 14 marzo il filosofo tedesco Jürgen Habermas è mancato, lasciandoci in eredità le sue profonde e attuali riflessioni sul futuro della democrazia e sul ruolo dell’Europa nel mondo. Sarebbe impossibile, oltre che ingiusto, avere la pretesa di ripercorrere qui tutto il pensiero giuridico e filosofico di uno dei più grandi intellettuali dei nostri tempi. Pertanto, anche alla luce dei fatti più recenti, ci si limiterà ad offrire una panoramica relativa al ruolo dell’Europa e al primato della politica espresso, in particolare, nelle sue opere: La costellazione postnazionale. Mercato globale, nazioni e democrazia (1999) e Democrazia o capitalismo? (2019).
Una delle idee più ammirevoli di Habermas nasce dalla consapevolezza che la modernità politica fondata sullo Stato-nazione sta attraversando una crisi strutturale. Per lungo tempo, infatti, lo Stato-nazionale ha rappresentato la forma storica dentro cui si sono potuti coniugare capitalismo, legittimazione democratica e integrazione sociale. In particolare, nel secondo dopoguerra, esso è riuscito ad assumere una funzione regolatrice nei confronti dell’economia, a promuovere politiche redistributive e a fornire una base relativamente stabile di solidarietà civile. Tuttavia, tale equilibrio è stato progressivamente eroso dai processi di globalizzazione economica, che hanno sottratto all’intervento politico quote crescenti di sovranità reale. In questa nuova situazione, la politica nazionale si ritrova troppo debole per governare dinamiche che oltrepassano ormai stabilmente i confini statali. Habermas individua qui il nodo decisivo del nostro tempo: se l’economia si è transnazionalizzata, anche la politica deve elevarsi a quel livello, pena la propria irrilevanza.
L’idea di costellazione postnazionale non implica, però, la semplice dissoluzione dello Stato-nazione. In Habermas non vi è alcuna esaltazione astratta di un cosmopolitismo senza mediazioni, né il progetto di cancellare le identità storiche dei popoli europei. Al contrario, egli riconosce pienamente la funzione storica dello Stato-nazione come luogo di istituzionalizzazione democratica, di partecipazione e di costruzione della cittadinanza. Il punto, però, è che questa forma politica non basta più. Gli Stati restano importanti, ma non sono più autosufficienti. La loro sovranità, se esercitata in maniera isolata, diventa sempre più formale e sempre meno effettiva. Di fronte a mercati finanziari, allo scatenarsi di conflitti e processi economici che sfuggono ai controlli tradizionali, l’autonomia dello stato può essere salvata solo attraverso una sua trasformazione cooperativa: non mediante il ripiegamento nazionalistico, ma tramite la condivisione di competenze e poteri dentro comunità politiche più ampie.
È in questo quadro che l’Unione europea assume, nel pensiero di Habermas, un ruolo paradigmatico. L’Europa rappresenta infatti il laboratorio storico più avanzato di una possibile forma di democrazia che vada oltre lo Stato-nazione. Il bivio, in tal senso, è netto: o il Vecchio continente resta un semplice spazio di coordinamento tra Stati, formalmente sovrani, e un grande mercato interno regolato prevalentemente dalla concorrenza, oppure compie un salto politico e istituzionale verso una forma più compiuta di integrazione democratica. In altri termini, l’Unione può scegliere se lasciare che i problemi comuni vengano risolti dal mercato o dalle super potenze mondiali oppure se affrontarli strutturalmente, armonizzando le politiche fiscali, sociali e del lavoro, come anche della sicurezza e della difesa. Per l’autore, è questa la scelta decisiva, perché soltanto una soggettività politica europea può restituire alla democrazia la capacità di incidere realmente sulla direzione del mondo e della storia.
Al centro di questa prospettiva vi è il primato della politica. Habermas ritiene che la subordinazione del potere democratico alle logiche del mercato costituisca uno dei tratti più gravi della fase contemporanea. Quando il sistema economico si emancipa da ogni controllo pubblico e impone ai governi la propria agenda, viene meno la possibilità stessa di una democrazia sostanziale. La politica smette di orientare il mondo sociale e diventa mera amministrazione dell’esistente. Da qui la necessità di costruire istituzioni sovranazionali capaci di riportare il mercato entro limiti pubblicamente determinati. L’autore difende, quindi, l’idea che il potere democratico debba tornare ad avere una funzione ordinatrice superiore rispetto ad interessi economici particolari. Solo così sarà possibile contrastare il logoramento della solidarietà sociale, l’indebolimento della fiscalità pubblica e la corsa al ribasso tra Stati, alimentata dal neoliberismo.
La dimensione europea, tuttavia, non può reggersi unicamente su meccanismi giuridici o amministrativi. Nel corso delle sue opere, il filosofo insiste sul fatto che una democrazia postnazionale ha bisogno anche di una base simbolica e solidale. Se lo Stato-nazione aveva storicamente costruito la cittadinanza attraverso un certo grado di omogeneità culturale, la sfida europea consiste nel fondare l’integrazione su basi differenti: non etniche, ma politico-costituzionali. È qui che emerge il tema del patriottismo costituzionale. La solidarietà postnazionale non richiede l’abolizione delle identità nazionali, bensì la loro ricomposizione entro una cultura politica condivisa, fondata su principi universalistici di libertà, uguaglianza, diritti e democrazia. In questa prospettiva, i cittadini europei dovrebbero imparare a riconoscersi reciprocamente come membri di una stessa comunità politica, pur mantenendo le proprie differenze storiche, linguistiche e culturali. La solidarietà non è quindi pensata come uniformazione, ma come ampliamento dell’orizzonte del riconoscimento reciproco.
Se si vuole che l’Europa non resti un mero spazio tecnocratico o intergovernativo, occorre costruire forme autentiche di volontà politica comune. Per questo nel pensiero dell’autore si attribuisce grande centralità al Parlamento europeo, che dovrebbe divenire il luogo in cui possono prendere forma interessi realmente transnazionali e una voce collettiva dei cittadini dell’Unione. Solo attraverso un processo parlamentare europeo, articolato e politicamente vitale, sarebbe possibile superare l’attuale modello fondato sul semplice coordinamento tra governi nazionali apparentemente sovrani. La rappresentanza postnazionale, dunque, non elimina la mediazione democratica, bensì la estende su un piano più alto, adeguato alla scala dei problemi contemporanei.
In questo senso, la costellazione postnazionale si oppone sia al ritorno nostalgico del sovranismo nazionale sia all’abbandono neoliberale della politica al mercato. Essa è il tentativo di ripensare la democrazia come capacità di governo comune in un mondo interdipendente. La condivisione della sovranità non rappresenta allora una perdita, ma una riconversione (e rigenerazione) della potenza democratica.
Guardando agli avvenimenti attuali e alla difficoltà dell’Europa nell’assumere una valenza geopolitica affermando i valori di pace, fraternità e giustizia, il contributo di Habermas appare decisivo perché offre una risposta teoricamente solida, e politicamente ambiziosa, alla crisi dell’Unione. La sua proposta non è un semplice tecnicismo istituzionale, ma il tentativo di restituire alla politica la funzione di orientare il mondo. Per sopravvivere, la sovranità popolare deve superare i confini dello Stato nazionale senza perdere la propria legittimità democratica. Solo così l’UE può diventare non l’appendice politica del mercato globale, ma il primo vero spazio storico in cui solidarietà, rappresentanza e condivisione della sovranità si traducano in una forma nuova di democrazia.
In tal senso, il rischio più grande per la democrazia è che essa si creda invincibile e che i suoi cittadini non credano che possa finire. Il secolo in cui viviamo porta con sé delle sfide uniche, che gli stati democratici dovranno essere in grado di affrontare rompendo l’incantesimo che tante volte avvolge la sfera politica e la sua capacità di agire. Occorre guardare la sovranità popolare dalla prospettiva della sua fine (Così finisce la democrazia, David Runciman), ossia prendere coscienza del suo carattere artificiale e del suo possibile tramonto. Questo potrebbe aiutarci a muovere quei passi necessari per un rinnovamento democratico, attraverso l’educazione di una cittadinanza attiva e consapevole, per costruire delle istituzioni politiche in grado di farsi rispettare dai poteri globali. Un movimento che sia capace di porre la democrazia stessa all’altezza delle sfide del nostro tempo.