di Michele Faioli
 
Il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici cade in un momento storico-politico eccezionale, imprimendo un certo consolidamento nella fiducia collettiva sul futuro del paese: si incrementa il salario di un numero assai rilevante di lavoratori e si spinge in avanti, per emulazione, la rinegoziazione contrattuale che riguarda molti altri settori produttivi nevralgici, dato che al momento il 77% dei 932 CCNL è scaduto e oltre 10 milioni di lavoratori sono in attesa di adeguamenti salariali.  Il rinnovo può essere analizzato, da una parte, nell’ambito dello scenario politico-economico più ampio di questi mesi e, dall’altra, nel campo specifico delle relazioni industriali.
 
Se si inserisce questa vicenda nel quadro più generale, pare vero ciò che alcuni osservatori hanno acutamente evidenziato. Essi ritengono che ci sia una certa connessione tra ciò che sta accadendo in queste ore attorno alla figura del presidente Draghi, ciò che accade in Europa e quello che si è verificato nell’ambito delle relazioni industriali con la sottoscrizione di contratto collettivo riguardante uno dei settori più importanti della nostra economia. La connessione tra il CCNL rinnovato nella metalmeccanica e il momento politico-istituzionale, a livello nazionale-europeo, è meramente teleologica. Non si può rilevare altro legame perché il negoziato tra sindacato e datori di lavoro è stato lungo e complesso. All’inizio del negoziato nessuno sapeva come sarebbe finita e nessuno avrebbe potuto mai immaginare lo scenario pandemico. Non c’è altra connessione, se non quella riferita all’obiettivo della crescita, perché la Commissione europea da qualche giorno con molta cautela ha iniziato a sottolineare che potrebbe esserci un rimbalzo economico nel 2021. Il commissario Gentiloni ha recentemente sostenuto che gli effetti favorevoli per la crescita dipenderanno dalla campagna vaccinale e dall’attuazione del piano Next Generation EU, insistendo sul fatto che gli aiuti finanziari europei per il lavoro e per le imprese continueranno finché ce ne sarà bisogno. Ciò significa aver preso coscienza che il debito comune europeo è una realtà in relazione alla quale l’Unione Europea ha una certa capacità fiscale, di cui il piano Next Generation EU diventa parte integrante, come uno strumento permanente (o quasi), e le relative riforme strutturali sono il vero oggetto di monitoraggio da parte delle istituzioni europee. 
 
Se si osserva il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici nella specifica prospettiva delle relazioni industriali italiane, ci sono almeno due elementi interessanti, i quali altresì rafforzano la fiducia collettiva di cui abbiamo detto. Il primo elemento riguarda il costo del lavoro, il secondo elemento attiene alla relazione tra il CCNL meccanici e la norma di legge sulla mobilità endo-aziendale (art. 2103 c.c.), riformata nel 2015. 
 
Il primo elemento. Il contratto collettivo dei metalmeccanici è frutto di una difficile mediazione tra interessi contrapposti che ha determinato oggettivamente un punto di equilibrio sul costo del lavoro. Sugli incrementi contrattuali alcuni hanno mostrato un certo scetticismo. Si dice, da una parte, che gli incrementi contrattuali appaiono alti e, dall’altra, in senso esattamente opposto, che il rinnovo non ha colto l’effettivo bisogno di aumento salariale presente nel settore. Si tratta di due reazioni che tradiscono due paradossi. Chi continua a sottolineare che l’incremento contrattuale è alto afferma anche che tale importo potrà permettere, nel prossimo futuro, qualche giustificazione in più nella fase in cui saranno avviati i licenziamenti da crisi pandemica. Chi afferma, invece, che il rinnovo è stato negoziato al ribasso osserva la crisi, in cui siamo precipitati dal 2020, da una prospettiva abbastanza sfasata storicamente ed economicamente. 
 
Questi due paradossi sono però sconfessati dalla composizione del tavolo di negoziazione, di cui si ha nella mente la fotografia dell’eterogeneità degli attori che hanno dato avvio del negoziato nel dicembre 2019 presso il CNEL: da una parte FIOM CGIL, FIM CISL, UILM, organizzazioni settoriali che hanno storie e visioni diverse (spesso non componibili) e, dall’altra, Federmeccanica, la quale aggrega certamente grandi imprese del settore, nazionali e transnazionali, ma anche tante piccole-medie imprese della meccanica, del Nord produttivo e del Sud che reagisce alla crisi. Si può immaginare, senza difficoltà, l’insieme delle micro-mediazioni interne, nei due lati del tavolo negoziale, per pervenire al punto di equilibrio condiviso sul costo del lavoro. Il che è ovviamente una garanzia del processo e dell’esito del negoziato, ma anche un segnale delle difficoltà da attraversare per arrivare a quel costo del lavoro.
 
Il secondo elemento riguarda una questione più strettamente giuridica. Tra i tanti elementi che danno un senso di forte innovazione nel CCNL dei metalmeccanici appena rinnovato c’è la materia degli inquadramenti professionali. Ciò che leggiamo nelle pagine del nuovo testo contrattuale è solo un punto di inizio, non è un arrivo. Il sistema di inquadramento non è stato stravolto nei presupposti essenziali e, dunque, resta ancorato al modello delle tradizionali classificazioni del personale, basate su livelli di professionalità, da cui poi dipendono anche i livelli salariali. 
 
La novità sta, però, nell’aver preso coscienza che tale modello deve essere aggiornato. Un primo tentativo viene effettuato contestualmente al rinnovo 2021, con un alleggerimento dei livelli professionali, una conversione per tramutare i livelli esistenti in livelli di nuova generazione e un meccanismo di identificazione delle professionalità da inserire in tali livelli, basato su criteri che attengono alla autonomia e alla responsabilità del lavoratore. La ricaduta pratica di tale tentativo sta nella valorizzazione della formazione professionale e nella piena accettazione sindacale delle ipotesi di mobilità endo-aziendale, da cui potrebbe dipendere, in alcuni casi, la polifunzionalità del lavoratore. Tutto ciò è importante non solo perché l’impresa meccanica si sta digitalizzando velocemente, ma anche perché essa non può non diventare adattiva in ragione delle sfide del mercato nazionale, europeo e internazionale. La meccanica gioca una parte consistente del proprio futuro sull’export. È proprio qui che si vede il collegamento più proficuo tra il CCNL dei meccanici e la riforma del 2015 che ha modificato la norma di legge sulla mobilità endo-aziendale (art. 2103 c.c.). Il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici del 2021 registra, senza esitazioni di sorta e in linea con la riforma del 2015, che la contrattazione collettiva deve essere considerata la vera cabina di regia della mobilità professionale. Nel testo contrattuale ciò si rende evidente nelle parole utilizzate dagli attori sociali, dai meccanismi di conversione tra schemi di classificazioni, vecchi e nuovi, dal richiamo alla formazione professionale. Ma ciò non basterebbe in ogni caso. La vera chiave di lettura di questa impostazione sta nel fatto che le organizzazioni sindacali e datoriali della meccanica hanno deciso di togliere definitivamente dalle mani del giudice il potenziale conflitto in materia di inquadramenti e di esercitare la mediazione tra interessi contrapposti mediante la contrattazione collettiva. 
 
Il rinnovo dei meccanici del 2021 presenta, dunque, suggerimenti per chiunque, seriamente interessato alla crescita del paese e dell’Europa, decida di virare verso il lavoro, abbandonando la logica passiva dei sussidi. Di conseguenza, traccia la linea per mettere mano alle riforme di cui abbiamo bisogno, tenendo ben presente i punti di partenza, tra cui politiche attive del lavoro, formazione professionale lungo l’arco della vita, giovani e apprendistato, organizzazione digitale del lavoro costruita contrattualmente e previdenza pubblica e privata.