Si è chiuso il sipario sulla 50° Settimana Sociale dei cattolici in Italia che si è tenuta a Trieste dal 3 al 7 luglio con circa 1.200 delegati provenienti da tutti gli angoli dei Paesi e i rappresentanti dei circa 100 stand di buone pratiche con inclusa l’esperienza di Comunità di Connessioni che da 13 anni offre ai giovani formazione alla vita sociale e politica.

Il clima costruttivo e sereno, il dialogo e l’ascolto, ma anche il metodo sinodale dei lavori e la qualità delle relazioni proposte dal Comitato organizzatore, porta molti a chiedersi: cosa è possibile fare adesso insieme e in concreto?

Vivere in una democrazia è un privilegio e una responsabilità. Per perderla basta poco: solamente il 7,8% della popolazione mondiale vive in Stati pienamente democratici, la maggioranza della popolazione, pari al 39,4%, vive sotto regimi autoritari, il 37,6% in democrazie imperfette, il 15,2% in regimi ibridi. In Italia occorre fare meglio e di più, è stata infatti catalogata come una “democrazia imperfetta” dal Rapporto di Democracy Index 2023 per non avere in regola alcune di queste voci.

Da Trieste sono emerse almeno tre parole: “partecipazione”, “alfabetizzazione” e “formazione” che sono state consegnate dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e da Francesco, il primo Papa a presenziare a una delle Settimana Sociali, nate con Toniolo nel 1907.

Il Presidente ha toccato alcuni punti nevralgici per approfondire l’impegno di un cattolico in uno Stato democratico laico; il contributo del cattolicesimo democratico e di quello liberale nella società italiana; i riferimenti culturali della democrazia italiana presenti nel pensiero di Tocqueville e Bobbio, Dossetti, mons. Bernareggi e don Milani, Gonnella e De Gasperi; i princìpi della Costituzione come bussola del cammino democratico; i limiti del potere politico in una democrazia.

La pace e i diritti indicano la salute della democrazia, l’abuso dei poteri delle maggioranze di governo e le disuguaglianze sono invece i principali mali: «Ogni generazione, ogni epoca, è attesa alla prova della “alfabetizzazione”, dell’inveramento della vita della democrazia. (…) Per definizione, democrazia è esercizio dal basso, legato alla vita di comunità, perché democrazia è camminare insieme».

Alfabetizzare la democrazia è la seconda parola consegnata dal Presidente ai delegati: la democrazia è anzitutto cultura, un modo di stare nel mondo; nell’esperienza del cattolicesimo è anzitutto sostanza, prima di essere procedura. Se non fosse così non si avrebbe l’istruzione gratuita, la possibilità di curarsi, un sistema pensionistico universale e così via.

A fondamento del discorso del Presidente si trova incastonata come una perla la posizione di Tosato, uno dei costituenti cattolici che nella Settimana Sociale di Firenze del 1945, quando «contestò l’assunto di Rousseau, in base al quale la volontà generale non poteva trovare limiti di alcun genere nelle leggi, perché la volontà popolare poteva cambiare qualunque norma o regola. Lo fece Tosato con parole molto nette: “Noi sappiamo tutti ormai che la presunta volontà generale non è in realtà che la volontà di una maggioranza e che la volontà di una maggioranza, che si considera come rappresentativa della volontà di tutto il popolo può essere, come spesso si è dimostrata, più ingiusta e oppressiva che non la volontà di un principe”. Esprimeva un fermo no, quindi, all’assolutismo di Stato, a un’autorità senza limite, potenzialmente prevaricatrice». In una democrazia lo Stato non si impone mai. Anzi è chiamato a promuovere, accompagnare e rimuovere gli ostacoli all’iniziativa delle persone e della società, è sempre un mezzo mai un fine. Viene citato anche Bobbio che da liberale si è battuto per il rispetto delle regole del gioco e i limiti delle decisioni di chi decide.

La terza parola l’ha consegnata il Papa che ha chiesto di essere voce che denuncia e ricostruisce attraverso la formazione. Ha invitato a costruire processi senza occupare spazi, questo modo si stare nello spazio pubblico «non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va allenata, anche al senso critico rispetto alle tentazioni ideologiche e populistiche».

Oltre al programma ufficiale alcune associazioni e movimenti laicali si sono ritrovati per presentare il volume curato da Claudio Sardo – Sfidare il realismo. Politica dei cristiani e radicalità evangelica – e per formulare una dichiarazione congiunta mentre una settantina di amministratori locali si sono incontrati con l’idea di fare rete. Questa convocazione si poteva curare meglio, è persino stata strumentalizzata e forse organizzata senza essere stata condivisa, ma esprime la voglia di partecipare e di avere un orizzonte comune, come era capitato a maggio in Campidoglio a Roma quando un centinaio di giovani sindaci e di amministratori avevano raccolto l’invito della Fondazione Fratelli tutti per riconoscersi e introdurre nelle politiche locali il principio di fraternità.

Occorre dunque comprendere quale passo concreto verrà proposto dal Comitato organizzatore, ma da subito si sente l’urgenza di mettersi in campo secondo i propri carismi, moltiplicare gli sforzi, unire i punti virtuosi di buone pratiche che sono soli e avere la forza di testimoniare scelte e riforme.