Una riflessione sul lavoro per questo Primo maggio non può che dipanarsi all’insegna del ricordo di Francesco, il quale, della dignità del lavoro, aveva fatto una delle principali missioni del suo Pontificato.
In eredità, ci sono consegnati almeno tre insegnamenti.
Primo. La persona, contro qualsiasi logica solipsistica, fiorisce nel lavoro. Nell’ incontro del 28 giugno 2017, Francesco ha ricordato ai delegati della Cisl che “se pensiamo la persona senza lavoro, diciamo qualcosa di parziale, di incompleto, perché la persona si realizza in pienezza quando diventa lavoratore, lavoratrice; perché l’individuo si fa persona quando si apre agli altri, alla vita sociale”.
L’invito è a trasformare in comunità i luoghi sterili della produzione. A rispondere a quelle domande “di senso” che abitano soprattutto le nuove generazioni. In ballo, c’è l’ambizione ad un adeguato bilanciamento delle esigenze di vita e lavoro e ad un welfare cucito su bisogni specifici. A quel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale celebrato dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium.
Interroghiamoci, ad esempio, a cosa ancora serva offrire: asili nidi in aziende dove ad aumentare sono genitori anziani piuttosto che nuovi nati; accomodamenti ragionevoli “preconfezionati” alle persone con disabilità; bonus assunzioni per lavoratori che si cercano e non si trovano, una formazione su competenze obsolete e di qualità dubbia, programmi di benessere psico-fisico ai lavoratori indebitati che stentano a sbarcare il lunario.
Secondo insegnamento. La dignità del lavoro passa inevitabilmente per un salario giusto. Nell’Enciclica “Fratelli Tutti”, possiamo leggere che “non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro. In una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo” (Ft, 162).
Il nostro Paese vive ancora il dramma dello sfruttamento del lavoro. Come denunciato dall’Istat nel 2025, circa 11 milioni di persone vivono in famiglie con un reddito inferiore ai 12.363 euro. La quota di popolazione a rischio povertà è salita al 23,1% dal 22,8% del 2023, l’anno in cui la flessione dei redditi nel Nord Est ha toccato i cinque punti percentuali.
Preoccupa anche il dato del Cnel sui contratti collettivi nazionali di lavoro, gli unici abilitati a stabilire retribuzioni proporzionate e sufficienti: su circa 1000 depositati, 632 sono sottoscritti da organizzazioni con sospetta rappresentatività. E’ alto, quindi, il rischio di “piratismo”: salari poveri e tutele scarse.
Ad imporsi come soluzione è il ripensamento del sistema degli incentivi retributivi alla luce del costo della vita sui territori. Il che non significa (ri)cadere prigionieri delle gabbie salariali, ma incentivare le davvero molte imprese che lo desiderano a contribuire al pagamento degli affitti, delle bollette, dei servizi sostenuti dai lavoratori secondo massimali di spesa fissi e soggetti a detassazione e decontribuzione.
Terzo insegnamento. Le discriminazioni a carico delle lavoratrici madri sono un collo di bottiglia che non possono continuare a sopravvivere.
Al termine degli Stati Generali della Natalità del 2021, Francesco ha rivolto il suo pensiero “alle donne che sul lavoro vengono scoraggiate ad avere figli o devono nascondere la pancia”. Ed ha concluso: “com’è possibile che una donna debba provare vergogna per il dono più bello che la vita può offrire? Non la donna, ma la società deve vergognarsi, perché una società che non accoglie la vita smette di vivere. I figli sono la speranza che fa rinascere un popolo. Il tema della natalità è urgente e basilare per invertire la tendenza e rimettere in moto l’Italia a partire dalla vita, a partire dall’essere umano”.
Le cifre sono impressionanti. Nel 2024, i nuovi nati sono soltanto 370 mila con un calo di dieci mila unità rispetto al 2023 e del 60% in dieci anni. Le donne continuano a guadagnare meno di sei mila euro all’anno degli uomini. E ancor meno durante e dopo la gravidanza quando percepiscono un’indennità statale che non equivale al salario pieno. Nonostante siano mediamente più istruite degli uomini, sono segregate su 21 professioni contro le 53 degli uomini. Il peso del care giving continua a ricadere prevalentemente sulle loro spalle, è ancora lontana anche un’equa distribuzione dei compiti genitoriali, 600 mila tra loro non cerca più lavoro. Per queste piaghe, il nostro Paese perde un Pil di circa il 7,4%: ben 175,7 miliardi ogni anno.
Un welfare e un work life balance più efficaci, salari pari a quelli maschili e più generosi, efficaci progressioni di carriera, incentivi all’occupazione si candidano ad irrinunciabili politiche di inclusione Un “must to have” e non semplicemente un “nice to have” nonostante i venti contrari che soffiano, almeno per ora, dalle Americhe.
Insomma, Papa Francesco ripeteva che occorre attivare processi più che occupare spazi.
L’augurio è che questo Primo maggio, all’insegna dei suoi insegnamenti, possa finalmente attivare quelli che il mondo del lavoro grida a gran voce. Un miracolo? Può essere.
Ma lo è già stato, dopo i suoi funerali, quel dialogo per la pace tra Trump e Zelensky nel cuore della Basilica di San Pietro.