Docente di religione cattolica nelle scuole superiori a Bologna, laureato in Scienze Filosofiche e in Teologia. Autore del volume Un ecologia dell’umano, Todi, Tau editrice, 2026.
Professore, nel suo libro “Una ecologia dell’Uomo” affronta il tema del rapporto tra uomo e creato, sollecitando ad una riflessione sulle responsabilità dell’uomo, come è nata l’idea di scrivere il volume?
L’idea è nata dal desiderio di approfondire un aspetto particolarmente significativo del pensiero di Joseph Ratzinger: il rapporto tra l’uomo, il creato e la responsabilità che ne deriva. Da insegnante di religione cattolica mi confronto ogni giorno con giovani che pongono domande sul futuro, sul senso delle proprie scelte e sul mondo che abitano. Mi sono chiesto, allora, se fosse possibile affrontare la questione ecologica partendo non soltanto dalla natura, ma dall’uomo e dalla sua identità.
Il libro nasce così dalla convinzione che prima ancora di parlare di ambiente sia necessario parlare di «ecologia dell’uomo»: comprendere chi è l’uomo, quale sia il suo posto nel creato e quale responsabilità gli sia affidata. Nel pensiero di Benedetto XVI ho trovato una riflessione particolarmente profonda su questo legame: custodire il creato significa anche custodire l’umano, perché il modo in cui trattiamo la natura è strettamente connesso al modo in cui comprendiamo noi stessi.
Nel volume si riprende esplicitamente il pensiero di Papa Benedetto XVI, integrato nella dottrina sociale della Chiesa, come si declina la responsabilità dell’uomo nella custodia della casa comune?
Per Benedetto XVI la responsabilità verso il creato non può essere separata dalla responsabilità verso l’uomo. Il creato non è semplicemente qualcosa che possediamo o che possiamo utilizzare secondo i nostri interessi, ma è una realtà che ci precede e che ci è affidata. L’uomo non è il padrone assoluto del mondo, ma il custode di una realtà che non gli appartiene completamente.
Questa custodia richiede certamente comportamenti concreti, ma prima ancora un modo diverso di guardare la realtà. Benedetto XVI insiste molto sul rapporto tra libertà, ragione e responsabilità: quando l’uomo riconosce di avere un limite, comprende anche che non tutto ciò che è tecnicamente possibile risulta necessariamente buono.
La vera responsabilità nasce dunque da una libertà capace di riconoscere il bene, il limite e il valore della realtà. Custodire la «casa comune» significa, in questa prospettiva, custodire insieme la natura e la dignità dell’uomo.
Il titolo del libro richiama al concetto di “ecologia integrale”, un’intuizione della Laudato si’ (LS) del 2015, enciclica che Papa Francesco dedica alla cura della casa comune. Francesco intende proporre una nuova visione e un approccio fondato su un cambio di prospettiva che metta in luce l’inseparabilità della «preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore» (LS, 10) e «recuperi i diversi livelli dell’equilibrio ecologico: quello interiore con sé stessi, quello solidale con gli altri, quello naturale con tutti gli esseri viventi, quello spirituale con Dio» (LS, 210). Quanto il pensiero di Francesco ha ispirato il suo lavoro?
Il mio lavoro nasce principalmente dallo studio del pensiero e del magistero di Benedetto XVI, del quale sono da tempo appassionato e che costituisce il riferimento centrale del libro. Non ho voluto costruire il volume a partire dalla Laudato si’, ma mettere in luce quanto già nel magistero di Benedetto XVI fosse presente una riflessione articolata sul rapporto tra uomo, natura, tecnica, responsabilità e limite.
Papa Francesco ha certamente proseguito e sviluppato questa attenzione, soprattutto attraverso il tema dell’ecologia integrale. Nel libro, però, ho scelto deliberatamente di mantenere il focus su Benedetto XVI, cercando di mostrare la profondità e l’attualità del suo pensiero.
In questo senso, il mio intento non è mettere in contrapposizione i pontificati, ma evidenziare una continuità: Francesco ha raccolto una grande eredità e l’ha sviluppata ulteriormente, mentre il mio lavoro vuole concentrarsi in modo particolare sul contributo di Benedetto XVI.
Un passaggio significativo del suo lavoro indaga il rapporto tra tecnologia e responsabilità sostenendo un cammino comune di etica e progresso. Nella Magnifica humanitas, Papa Leone XIV ci illustra come custodire l’umano significa avere cura delle nostre fragilità nella consapevolezza del limite: «tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (Mh, 118). Nel rapporto con il creato in che modo l’uomo è chiamato a fiorire attraverso il limite?
Il limite, nel pensiero che propongo nel libro, non è semplicemente un ostacolo da eliminare. È anche ciò che permette all’uomo di riconoscere di non essere autosufficiente. La tecnica e il progresso sono beni preziosi quando rimangono al servizio dell’uomo, ma diventano problematici quando alimentano l’illusione di poter dominare completamente la realtà.
Anche il rapporto con il creato ci ricorda continuamente questo limite. L’uomo può trasformare la natura, può conoscerla e utilizzare le proprie capacità tecniche per migliorarne le condizioni, ma non può considerarsi il creatore della realtà. Riconoscere questo limite significa riscoprire la propria responsabilità.
È proprio qui che, a mio avviso, l’uomo può «fiorire»: quando comprende che la propria libertà non consiste nel fare tutto ciò che è possibile, ma nel saper scegliere ciò che è veramente buono. Il limite, allora, non impoverisce necessariamente l’uomo: può diventare una scuola di responsabilità, di relazione e di cura.
Il rispetto della dignità umana e la tutela del creato sono elementi interconnessi ed inscindibili, come educare i giovani alla responsabilità della ecologia integrale dell’umano?
Credo che il primo passo sia educare i giovani a porsi delle domande. Da insegnante, penso che l’educazione all’ecologia non possa ridursi a una serie di comportamenti corretti, pur importanti. Deve partire dalla domanda fondamentale: che cosa significa essere uomini e quale rapporto vogliamo avere con la realtà che ci è stata affidata?
Per questo nel libro ho cercato di proporre una riflessione che possa parlare anche ai giovani: custodire il creato significa innanzitutto imparare a custodire ciò che siamo, le nostre relazioni, la nostra libertà, il nostro corpo, la nostra interiorità e la dignità di ogni persona.
L’ecologia dell’uomo diventa così anche un percorso educativo. Non si tratta semplicemente di insegnare ai ragazzi a «salvare l’ambiente», ma di aiutarli a maturare uno sguardo più consapevole sulla realtà, sul limite, sulla responsabilità e sul futuro. Se impariamo a prenderci cura dell’umano, possiamo imparare anche a prenderci cura del mondo che abitiamo.