In un editoriale di fine luglio, Ernesto Galli della Loggia evidenzia la attuale debolezza dell’Europa politica sulla base di una «mancanza di senso di realtà» nell’affrontare gli eventi di questo secolo. Effettivamente, l’Europa appare bloccata, in una sorta di stasi culturale che diventa anche politica, decisionale. Lo mostrano chiaramente i due conflitti in corso. Sia in casa, in Ucraina, sia in Medioriente. La guerra è ormai un tema sdoganato nel dibattito generale, questione che dovrebbe allarmarci molto; stanno morendo centinaia di migliaia di innocenti (di cui molti minori), molte persone vivranno una vita mutilata; e l’opinione pubblica europea non si cura della propria decadenza generale. L’Unione europea come soggetto politico internazionale, se esiste, è molto fragile. Un sintomo, una manifestazione esteriore, di una profonda crisi di senso delle società europee, che faticano a riconoscersi come comunità. Diventa difficile pensarsi davvero eguali, liberi, fraterni, uniti da valori profondi e radicati, da una narrazione e da progetti e aspirazioni condivisi. Difficilissimo di fronte a spettacoli macabri e osceni come quelli visti all’apertura dei giochi olimpici in Francia: oltraggio al senso del bello, alla καλοκαγαθία, la cui ricerca dovrebbe essere una caratteristica proprio di quella bourgeoisie, che si impose con la Rivoluzione.

L’Occidente esprime una classe dirigente? Riesce ancora a proiettare un pensiero negli anni a venire? Bisogna dare uno sguardo al barometro dell’esistenza di una comunità: la partecipazione politica. Osserviamo il respiro politico dei due polmoni dell’Occidente, l’Europa e gli Stati Uniti, al fine di verificare se è possibile volgere lo sguardo su nuovi orizzonti.

Le elezioni europee ci hanno mostrato, questa volta più della altre, quanto sia importante votare, per mandare a Bruxelles una rappresentanza politica legittimata, al fine di incrementare i Gruppi politici che siedono nel Parlamento europeo. Si è visto, infatti, come i partiti nazionali siano dei veicoli per dare forza ai grandi partiti europei (Partito popolare, Socialisti, Liberali, Conservatori, ecc.). Ma soprattutto è stato evidente come sia fondamentale il ruolo del rappresentante dell’interesse nazionale nel Consiglio europeo. Questi due livelli sono strettamente collegati tra loro perché ciascun partito (europeo) in Parlamento ha un punto di riferimento politico in Consiglio (che però guida anche uno Stato membro). Ecco perché la dialettica non è solo politica, ma è anche, o forse, soprattutto, ‘inter-nazionale’, cioè tra Stati membri. Così, l’esito delle diverse negoziazioni ha visto prevalere l’alleanza franco-tedesca in Consiglio, perché Macron, punto di riferimento dei liberali europei, che ha indubbiamente perso le elezioni europee, rappresenta uno Stato membro chiave negli equilibri dell’Unione; così anche la Germania è ben rappresentata dal capogruppo del PPE (partito che ha vinto le elezioni europee) e dal suo cancelliere socialista (partito che le ha perse, soprattutto proprio in Germania). Una partita che non ha lasciato spazio a chi in Italia rivendicava posizioni a partire dalla lettura solo del primo livello, quello elettorale-parlamentare. Il risultato finale, positivo in termini politici, è una coalizione a trazione Popolare, con Socialisti e Liberali. Si tratta, però, di un sequel (maggioranza Ursula-bis), quindi uno stallo; ancora, una manifestazione di stasi. Gli elettori comprendono questa barocca architettura decisionale? È ancora funzionale al processo di integrazione europea?

Negli Stati Uniti siamo difronte a un momento storico. La rinuncia di Joe Biden a correre contro Trump per le elezioni presidenziali di novembre, per quanto tardiva, mostra un senso di responsabilità in linea con quanto ci si può attendere dal secondo presidente cattolico nella storia americana. Tocca adesso a Kamala Harris tentare di tenere la Casa Bianca e resistere all’assalto di Trump. La dialettica politica statunitense è davvero interessante perché, da qualche decennio, è in grado di influenzare, quasi senza filtri, il pensiero politico in Europa, dove la classe politica tende ad appiattirsi sulle categorie e le istanze d’Oltreoceano. Harris punta sui diritti delle donne – aborto in prima istanza dopo la sentenza della Corte Suprema a trazione conservatrice – la tutela delle minoranze, l’economia. Il tema che da questa sponda dell’Atlantico sembra più rilevante, però, è la concezione di NATO e di ordine mondiale che gli Stati Uniti hanno. Trump guarda agli alleati europei come una zavorra costosa, i Democratici puntano da Obama in poi sul multilateralismo, una strategia parzialmente rivista da Biden. Sullo sfondo, anche lì la decadenza, sotto forma di violenza, con un ragazzo emarginato che sfiora l’omicidio in mondovisione del candidato repubblicano.

Una postilla sulla situazione italiana. Il Senato ha approvato in prima lettura (ne servono altre tre) il testo sulla riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Basterebbe forse introdurre la sfiducia costruttiva e l’indicazione del candidato alla premiership di ogni singolo partito sulla scheda elettorale per il Parlamento? La riforma è poi problematica soprattutto per la compressione del margine di manovra politico-istituzionale della più efficace istituzione di garanzia del nostro ordinamento, il Presidente della Repubblica, che si troverebbe ridimensionato in quanto unica istituzione non eletta direttamente. Eppure, è anche l’unica che mantiene fermi gli interessi di unità degli Italiani, in ogni circostanza politica che la Repubblica si trovi ad affrontare. Per rafforzare l’esecutivo, non sarebbe meglio pensare a come rafforzare il Parlamento, organo oggi davvero in difficoltà, seguendo il principio secondo cui la separazione dei poteri presuppone istituzioni separate ma forti e in costante dialettica? La Camera dei Deputati ha approvato la legge che dovrebbe attuare quanto previsto dell’art. 116, ultimo comma, Cost. L’idea del regionalismo differenziato è molto vecchia, risponde ad esigenze di un’Italia che non esiste più e rientra nelle possibilità concesse dalla Costituzione in seguito alla grande riforma del Titolo V del 2001. L’idea di avere tanti enti regionali che legiferano ciascuno in modo originale su materie di impatto economico e sociale nazionale non tiene conto dei nodi precedenti, cioè del piano nazionale di quello europeo. Non è un caso che la Commissione europea abbia commentato il proseguimento dell’attuazione della autonomia differenziata così: “L’attribuzione di competenze aggiuntive alle regioni italiane comporta rischi per la coesione e per le finanze pubbliche”.

Bisogna quindi essere molto pragmatici in questo momento storico e sintonizzarsi con gli eventi che caratterizzano il ‘disordine mondiale’ di questa epoca. Per poter contribuire in modo virtuoso alla pace nel mondo, alla giustizia sociale e altri nobili obiettivi, è necessaria un’Unione europea, autorevole e seria, capace di regolamentare fenomeni complessi per tutelare le persone, come ha ben fatto per piattaforme digitali e intelligenza artificiale. Per una Unione di questo tipo, sono necessari Stati membri con leadership serie e istituzioni adeguate, serve quindi un processo decisionale nazionale efficace ma anche rispettoso di tutti i delicati e complessi contrappesi dell’architettura costituzionale, senza inseguire mitologie politiche proposte come facili cure di problemi molto seri. Infine, per garantire il buon governo di una nazione, le autonomie territoriale devono essere coinvolte ciascuna per la propria funzione in sedi opportune e non disgregative. Ecco perché le riforme in Italia e la situazione europea parlano dello stesso tema: la democrazia.

È la democrazia che oggi, interpretata in modo molto erratico da una classe politica mediocre, è alla prova della Storia. Bisogna partire dalle necessità delle persone, osservare che i diritti degli individui trovano un limite nel «progresso materiale o spirituale della società» e che tutto ciò che è tecnicamente possibile non deve essere necessariamente lecito. È per il suo rinnovamento in questo secolo che le migliori forze culturali e sociali del nostro Paese devono impegnarsi, vincendo le sirene di facili riforme con retrogusto populista e non fuggire ogni occasione per spiegare e incentivare la partecipazione democratica in tutte le sedi possibili.