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Sharenting: bambini e genitori nell’era digitale

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Spesso si parla della quantità di tempo che bambini e ragazzi passano al telefono e sui social media. Un fenomeno in crescita e che vede gli adolescenti italiani passare circa 3 ore al giorno sullo smartphone. Per la legge italiani i minorenni possono avere un ruolo attivo come utenti a partire dai 14 anni (13 anni con l’autorizzazione dei genitori), età in cui è possibile fornire il consenso al trattamento dei propri dati online necessari ad aprire un profilo sui social. In molti paesi europei esiste un limite di età che si aggira tra i 13 e i 15 anni. Di conseguenza, le principali piattaforme hanno stabilito il limite minimo di 13 anni quale requisito necessario per aprire un account sui social media. In molti parlamenti europei sono oggi in discussione proposte di legge per innalzare ulteriormente l’età minima di accesso alle piattaforme.

È altrettanto vero però che esistono casi in cui presenza dei più piccoli (spesso piccolissimi) sui social media è passiva e non legata direttamente ad una loro volontà di abitare lo spazio digitale. I minori possono trovarsi ad abitare la sfera online, senza esserne consapevoli, tramite le condivisioni e i post dei genitori e degli adulti di riferimento. Fenomeni come lo sharenting, ovvero la condivisione di immagini e informazioni personali dei figli da parte dei genitori sui social, sono in crescita vertiginosa. Il termine, coniato negli Stati Uniti, deriva dall’unione del verbo share (condividere) e dal sostantivo parenting (genitorialità). Nelle sue forme più eccessive si parla di over-sharenting, una sovraesposizione costante di bambine e bambine come avviene nei casi di baby-influencer o di profili professionali che promuovono contenuti, ad esempio, dedicati alla famiglia.

Uno studio pubblicato nel giugno del 2023 sul Journal of Pediatrics evidenzia come in Europa il 73% dei bambini ha una qualche presenza online prima dei 2 anni. I genitori condividono in media circa 300 foto e dati sensibili ogni anno. “Circa l’81% dei bambini che vivono nei paesi occidentali – si legge nella ricerca – ha una qualche forma di presenza online prima dei 2 anni di età, il 92% negli Stati Uniti e il 73% in Europa. Il fenomeno della nascita digitale si verifica nei bambini a circa 6 mesi di età e dati recenti mostrano che entro poche settimane dalla nascita, il 33% dei bambini ha foto e informazioni pubblicate online”.

Il fenomeno è talmente diffuso che si vede un numero crescente di bambini “nascere digitalmente” con la condivisione delle ecografie durante la gravidanza ancora prima della nascita naturale. In molti casi, le informazioni condivise dagli adulti includono nome, data di nascita e dettagli personali, creando un “dossier digitale” del bambino, quasi sempre senza consenso, che lo espone ad una serie di rischi potenziali, tra cui furto di identità, sfruttamento sessuale e digital kidnapping.

Tra i rischi principali di questa, riportati da Save the Children, rientra la violazione della privacy e della riservatezza dei dati personali. “La privacy è un diritto non solo degli adulti – si legge sul sito dell’organizzazione – ma anche per i bambini e le bambine, come sancito dalla Convezione dei diritti dell’infanzia e dell’Adolescenza e più recentemente dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR)”. Inoltre, con questa pratica si va a ledere la tutela dell’immagine del minorenne e, conseguentemente, si causa una perdita di controllo su informazioni e contenuti riguardanti la persona. A tutto questo si sommano le possibili ripercussioni psicologiche sul benessere dei ragazzi e il rischio di diffusione di contenuti che possono finire in reti pedopornografiche.

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