Avvocato del foro di Vasto (Ch), Professore invitato di Etica e Intelligenza presso la Pontificia Università Antonianum dove coordina e dirige il Dipartimento Libere Professioni (DLP). Segretario Generale dell’Associazione Nazionale Forense (ANF). Noto formatore forense ed esperto in materia di risoluzione alternativa delle controversie, crisi di impresa e intelligenza artificiale.

A maggio 2026 è tornato in libreria con il volume “Intelligenza artificiale, «legal design» e autonomia privata” edito da Giappichelli.

 

Lei è da anni impegnato nel sostenere la necessità di percorsi di giustizia riparativa nelle sedi istituzionali e nel confronto pubblico. Quali passi in avanti sono stati fatti in questa direzione in Italia? Quali sono gli strumenti giuridici che possono concretamente favorire la ricomposizione dei conflitti e alleggerire il carico della giustizia ordinaria?

Nel corso di questi anni, i passi in avanti, oltre quelli di natura legislativa, sono quelli fatti sul piano culturale, formativo e divulgativo. In tali direzioni, tutti gli operatori coinvolti hanno avuto il coraggio di guardare oltre il momento dell’evento/reato e del processo, ed hanno provato ad immaginare delle nuove vite senza ieri; con ciò non cancellando il passato, ma riducendone il suo cono d’ombra nella vita di tutti i giorni dei soggetti coinvolti. Occorre proseguire in questa direzione promuovendo partecipazione a tali processi a tutti i livelli, a cominciare da quelli scolastici, universitari e professionali con un’adeguata sensibilizzazione delle istituzioni a prendere parte ad essi.

 

Nel suo recente volume dal titolo “Intelligenza artificiale, «legal design» e autonomia privata”, edito da Giappichelli, Lei esplora l’impatto dell’AI sulle professioni legali. Quali opportunità e quali rischi vede per avvocati e mediatori? Nella risoluzione dei conflitti quale è la componente umana che l’AI non potrà mai sostituire?

Siamo nell’era nella quale le macchine possono plasmare l’uomo che le ha ideate e create. Occorre essere parte del processo di cambiamento attraverso un rinnovato pensiero scientifico su base antropoetica e non solo antropocentrica. L’AI è ricca di opportunità, ma a patto che resti uno strumento a servizio dell’uomo e delle sue attività. Il pericolo più grande è di natura epistemico, ovvero confondere la correttezza del contenuto dell’AI, con la verità del contenuto stesso. Gli avvocati e i mediatori possono trarre grandi benefici conservando la capacità di riconoscere questa differenza di contenuti. Nei conflitti, l’AI permette di trovare percorsi solutivi contribuendo alla gestione dello stesso. Pensate ad esempio alla possibilità di analizzare enormi quantità di documenti di una lunga storia di eredità. Se le parti conservano quella distinzione epistemica, il percorso sarà agevolato senza affidarsi alla macchina, ma traendo un beneficio pratico da essa.

 

Nell’enciclica Magnifica humanitas Papa Leone XIV evidenzia il rischio concreto che i nuovi poteri tecnologici concentrati nelle mani di pochi privati su scala internazionale portino alla delegittimazione del potere pubblico. Quanto è urgente l’alleanza tra gli operatori del diritto, magistrati, avvocati e accademici nella difesa dello stato di diritto e dei diritti fondamentali di equità, uguaglianza e giustizia?

L’alleanza oltre che fondamentale è anche urgente. La digitalizzazione non è affatto inclusiva, ma estremamente escludente, su tutte le età, su tutti i livelli sociali, sui generi e in generale sull’ambiente e sulla casa comune. L’alleanza, basata sulla predetta antropoeticità, permette di avere come obiettivo il bene comune in una rinnovata relazione tra l’umano e la casa che abita, sostenendo un modello di ecologia integrale senza precedenti nella storia dell’umanità. Occorre cultura dell’AI e della digitalizzazione, non solo regole d’uso o regole contro l’abuso.

 

In un contesto di crescente disuguaglianza sociale, come può il sistema giustizia italiano recuperare un ruolo più attivo nel ridurre le fratture sociali e nel ricucire i legami individuali e comunitari spezzati?

Nella cultura della giurisdizione del nostro Paese, una sentenza ha sempre diviso. Eppure, un processo, che alla stessa conduce, è una relazione tra persone, cittadini, professionisti, magistrati e istituzioni. Tutti loro nel tempo sono rimasti dentro i propri ruoli e hanno quasi sempre conservato un angolo di visione del fatto storico. All’interno del processo può ritrovarsi però una nuova postura storica che permetta di riconoscere nell’altro l’umano, ovvero il prossimo con il quale si condivide la casa comune.

 

I giovani rappresentano spesso le vittime silenziose di un sistema giustizia lento, complesso e poco accessibile, ma anche, in alcuni casi, gli autori di reati. Come valuta l’approccio attuale della giustizia minorile e penale nei confronti dei giovani? Quale ruolo dovrebbero avere educazione giuridica, giustizia riparativa e mediazione scolastica per prevenire il disagio e favorire il reinserimento dei giovani nel tessuto sociale?

Il mondo della fragilità minorile oggi non è adeguatamente sostenuto, a tutti i livelli. I numeri dei disagi crescono e le risorse diminuiscono o addirittura vengono spostate altrove. Occorre che i corpi intermedi tornino ad occuparsi dei giovani e della loro formazione civile e civica. Non basta solo l’istruzione o la cultura, occorre praticare la pace, la libertà, la giustizia, la democrazia e il rispetto. Occorre trovare orizzonti di senso, condividerli con il maggior numero di persone e chiedere alla politica di non avere più orizzonti elettorali, ma generazionali.