Olof Palme, visionario e realista, secondo alcuni troppo vicino agli Americani, per altri ai Sovietici, è l’uomo che dal 1969 al 1986 ha retto il partito socialdemocratico svedese, nonché rivestito il ruolo di capo del governo dal ’69 al ’76 (e, poi, ancora dall’82 all’86), rappresentando una figura di riferimento per i movimenti di liberazione del terzo mondo.
Oggi, in una realtà in cui la parola partecipazione ha perso di significato, la sua mancanza è sentita e percepita come vuoto incolmabile, al pari degli ideali per cui è vissuto. La sua identità politica non potrebbe essere compresa senza richiamare le parole di Max Weber: “Il possibile non verrebbe raggiunto, se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”.
Palme nacque a Stoccolma nel 1927 da una abbiente famiglia dell’alta borghesia svedese; ciò gli permise in gioventù di viaggiare molto, di conoscere e apprendere il mondo. Studiò negli Stati Uniti, dove affrontò il tema cruciale della sua vita: il benessere contro l’etica radicale. Tornato in patria, si laureò in giurisprudenza e iniziò l’attività di giornalista, fece politica universitaria, in ambienti inizialmente filoamericani. All’inizio degli anni ‘50 si iscrisse ed ascese rapidamente ai vertici del partito socialdemocratico svedese, che in quegli anni, in seguito al progressivo conformismo della società, si riteneva avesse perso la sua identità e funzione.
In un tale contesto Palme mostrò il suo valore, rendendo la socialdemocrazia scandinava un paradigma e il welfare universalistico una realtà. Si arrivò, infatti, grazie ai suoi cambiamenti, a coniare il termine “società forte” per indicare la responsabilità di ogni individuo nei confronti della crescita e del progresso. Successivamente si susseguirono gli incarichi pubblici: parlamentare nel ‘58, più volte ministro, fino a diventare nel 1968, con l’uscita di scena del suo predecessore (Tage Fritiof Erlander), capo del governo a soli quarantadue anni.
Sapeva che la democratizzazione non poteva fermarsi ai cancelli delle fabbriche e per questo, anche a fronte di episodi di scioperi di massa, legiferò molto in tema di lavoro, introducendo in Svezia la salvaguardia dei diritti dei lavoratori più anziani, la sicurezza sul luogo di lavoro, l’illegittimità dei licenziamenti arbitrari e la rappresentanza dei dipendenti nei consigli di amministrazione, sino alla nota legge sulla co-determinazione.
Fortissimo fu il suo impegno per l’uguaglianza e per la parità dei sessi, istituendo, negli anni ’70, il congedo parentale e non solo di maternità. Palme mostrò grande coraggio durante la sua ascesa politica; il suo motto era: “un inferno alla volta”. Emblematico il suo apporto nell’internazionale socialista, ove, con la partecipazione di Willy Brandt e Bruno Kreisky, intensificò le relazioni con il Terzo Mondo.
Nel 1980 decise di istituire una commissione indipendente “per il disarmo e la sicurezza”, figlia naturale di quella di Brandt del 1977 per il sottosviluppo e nel 1980, venne scelto come inviato delle Nazioni Unite, in qualità di mediatore per il conflitto Iran-Iraq. Dopo due sconfitte elettorali consecutive, nel 1982 Palme ritornò a rivestire il ruolo di capo del governo.
Il 28 febbraio del 1986, mentre stava passeggiando con la moglie per le strade di Stoccolma, venne brutalmente ucciso. Un assassinio ancora senza colpevole, coperto dal mistero e caratterizzato da non pochi aspetti controversi, per certi versi paragonabile a quello di Kennedy.
Resta una delle personalità più composite e audaci del secolo scorso (ciò che oggi più di ogni altra cosa servirebbe), lontana dalle utopie dell’Est e dalle degenerazioni dell’Ovest. Chiaro il suo pensiero riguardo al ruolo della politica: “talvolta si sente dire che i politici utilizzano parole altisonanti, parole lontane dalla vita di tutti i giorni. Talvolta si sente invece dire che parlano troppo poco di sogni e visioni del futuro. Può darsi che entrambi i punti di vista siano corretti. Quello che dobbiamo rammentare a noi stessi è che le visioni devono essere reali all’interno della quotidianità che le persone vivono.”
Di lui, oggi, rimangono molti dei suoi principi e, soprattutto, la resilienza, figlia di un sincero multilateralismo (pagato probabilmente con la morte) che si poneva come obiettivo quello di unire e non di dividere.