Al Meeting di Rimini, il Santo Padre richiama i fedeli alla radice della cattolicità: la civiltà dell’amore, il dialogo, l’unità. Il passaggio più applaudito e per questo ripetuto dal papa, di un discorso rivolto sicuramente prima di tutto alla Chiesa, ai cattolici italiani e infine ai giovani riguarda proprio la Chiesa: «Cari amici, amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità».
I riflessi politici di questa prospettiva si sviluppano in tre tappe.
La prima sul merito dell’impegno politico in senso ampio («con l’arte, la musica, la letteratura, la scienza, l’economia e con ogni espressione dell’animo umano»). In questo senso il Papa evidenzia tre principi fondamentali, peraltro coerenti con il costituzionalismo delle democrazie avanzate. Comincia dalla pace, che è molto diversa dal pacifismo astratto. Questo è il rifiuto della realtà, la pretesa che la violenza non esista e vi si possa contrapporre solo la desistenza. Il Papa, invece, evoca ciò che praticano le «persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi». In questo senso emerge l’ulteriore principio del ‘comunitarismo’, cioè «l’amicizia sociale, che rappresenta il volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità»; «accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto». Uno stile ‘politico’ che le democrazie traducono con partecipazione e sussidiarietà. Il terzo elemento è il personalismo, inteso come il punto di incontro tra il globale e l’individuale: «Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone».
Il secondo passaggio significativo riguarda il metodo. Leone XIV spiega come coltivare questi principi, prima di specificare l’orizzonte, il fine, di questo impegno. Inizia questa seconda parte in modo netto: «è l’ora della responsabilità» (appello poi rinforzato più avanti da citazione di don Giussani, del «rischio educativo»). Il messaggio è chiaro e ribadisce uno dei punti più importanti della sua prima Enciclica da poco pubblicata Magnifica Humanitas. Non fuggire la realtà, anzi, anche qui, applicare quel sano agonismo richiamato rispetto alla pace: al realismo nichilista che definisce «falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità». Di fronte a tutte le sfide globali (tecnologie utilizzate male, guerre, immigrazioni strumentalizzate, interessi egoistici ecc…) il Papa avverte che il male si deve combattere, ma con il bene, non con altro male. Un richiamo ad affrontare le questioni politiche in modo ‘politico’ appunto, sistemico, non uscendo dai percorsi condivisi come quelli giuridici del diritto internazionale, dalla ragione e, soprattutto, dalla «dignità». Il papa parla di «dono dell’ascolto» da inverare e custodire, sembra quasi parlare alla Comunità internazionale.
Infine, appunto, il telos, lo scopo dell’impegno. Il Pontefice, consapevole delle grandi sfide di questo «cambiamento d’epoca» (dice, citando per la terza volta papa Francesco) è la liberazione della persona e della comunità. Al centro dell’intervento emerge chiaramente: «liberiamo, dunque, la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte» La prospettiva assume caratteri più che politici, quasi istituzionali, perché sottolinea che tale azione deve cominciare «a partire dalle organizzazioni che abbiamo generato e nelle quali operiamo, smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali». Papa Prevost, però, insiste sul cuore politico-economico di questa fase di transizione: «Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo».
È un discorso rivolto ai giovani, ai cattolici e a tutti coloro che hanno a cuore l’impegno politico personale e nelle comunità, negli enti intermedi. «Occorrono pionieri coraggiosi» dice il Papa consegnando un orizzonte di senso di questo impegno alla cattolicità (cioè ad una reale fraternità universale alla luce del Vangelo), ricordandoci la testimonianza dei loro «coetanei in Libano, in Africa e in Spagna». In sostanza, il Papa ribadisce l’importanza di preservare e diffondere la libertà, che è il presupposto per incontrare la verità. Verità spirituale innanzi tutto, ma anche quella del suo richiamato «realismo cattolico». Il concetto cattolico di libertà non è quello dell’individualismo, si intende. È piuttosto una dinamica di reciproca influenza verso il bene collettivo e il papa lo esprime bene: «Contrastate ciò che vorrebbe allontanarvi da fratelli e sorelle di culture, sensibilità e provenienze diverse, specialmente dai più poveri. Uscite, invece, incontro a tutti! Ad ogni latitudine, in particolare ai margini e fra coloro che soffrono, troverete chi è già pronto a costruire la civiltà dell’amore».