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Pasqua. Sete d’infinito

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“La sveglia, il tram, le quattro ore di ufficio o di officina, la colazione, il tram, le quattro ore di lavoro, la cena, il sonno… questo cammino viene seguito senza difficoltà la maggior parte del tempo. Soltanto un giorno sorge il ‘perché’ e tutto comincia in una stanchezza colorata di stupore” ha scritto Albert Camus negli anni Cinquanta, paragonando la Pasqua al “perché” della vita che determina il “come” e il “per chi” vivere.

Del resto, solamente in chi conosce la forza distruttiva della Passione, per una crisi personale o sociale, risuonano le parole sulla Pasqua di Alda Merini:

Qui è oggi Pasqua di Resurrezione

nel senso che si presume

che un cadavere qualsiasi,

forse quello di Dio,

ci voglia portare lontano

insieme ad altri morti.

Ma il giorno che noi ci ameremo

noi entrambi ci daremo morti,

ognuno per conto dell’altro.

Non volevamo vedere per le linee

i bisogni di pausa,

non volevamo mai sapere

dei loro ingiusti confini,

ma tu non conoscerai mai

la mia guerra

e io non conoscerò mai

la tua pace.

Ma ci ameremo ugualmente

perché questo

è il Mistero della Resurrezione,

quando l’uomo non riconosce

il mistero degli altri

e lo lascia riposare

nella seta dell’egoismo.

Infine l’esperienza della Risurrezione è narrata da Paul Ricoeur, con la sua sensibilità filosofica e umana, con parole struggenti, rivolgendosi a Marie: “Proprio nell’ora del mio declino, si innalza il termine di risurrezione. Al di là degli episodi miracolosi. Dal fondo della vita, sorge una potenza, che dice che l’essere è contro la morte. Credilo con me”.

In chi e in che cosa riporre la nostra fede? L’etimo di risurrezione ci parla di chi si “rialza dallo stare piegato”, è una legge inscritta nella creazione: tutto ciò che è destinato a morire nasce nel suo al-di-là e risorge in Cristo.

Per questo la resurrezione è un’esperienza di vita, la più profonda ma anche la più dolorosa che passa dalla porta stretta della croce che ci spingere a ricercare l’infinito. Chi risorge, lo fa per aver attraversato la morte: un tradimento o un fallimento, una malattia o una violenza subita. La vita che viene dopo germina dal dolore e da quella morte. Per la cultura contadina resurrezione è ciò che nasce quando un seme muore. Nella vita sociale si sperimenta la risurrezione quando la pace prevale sulla guerra, il rispetto sull’odio, quando i diritti sono rispettati e l’accoglienza dei poveri genera una rinascita sociale.

L’esperienza delle tre donne aiuta anche la nostra: nell’ora in cui si passa dal buio alla luce, vanno a prendersi cura del corpo di Gesù, sentono che il tempo dell’amore è più lungo del tempo della vita e «guardando videro che il grande masso era già stato spostato». Ammutolite ascoltano le parole di quel giovane che dice: «Non è qui». Che bella questa parola: “non è qui”, lui c’è, vive, ma non qui.

Dove allora lo possiamo trovare risorto in mezzo a tanto dolore del mondo? Occorre essere attenti a tre aspetti: la resurrezione non è automatica, non segue la morte immediatamente, devono passare “tre giorni”. Durante questa “assenza” e in questo “silenzio” di Dio siamo chiamati a giocare il nostro affidamento. Inoltre, nelle Scritture la “categoria” per riconoscere il Signore risorto è quella delle apparizioni che non rendono “soggettiva” la risurrezione ma personale. Il Signore viene incontro alle nostre vite, ma occorre saperlo riconoscere. Infine, crede chi sente la gioia di annunciare che “Cristo è veramente risorto” e che davvero “la vita vince la morte”. È qui il nostro infinito.

 

 

 

 

 

 

 

 

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