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La ‘giusta laicità’ di Leone XIV e la République française

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Il viaggio apostolico di Leone XIV in Francia è segnato da diversi passaggi significativi, tra cui spicca, senz’altro, l’incontro con il presidente della Repubblica francese del 25 settembre 2026. Nel dare il benvenuto al papa, il presidente Macron ha rinnovato le prese di posizione della Republique sui temi centrali di questa fase storica (guerre e pace, ambiente e intelligenza artificiale) e del rapporto tra Chiesa e Stato.

Ripercorrendo l’importanza di Notre-Dame come emblema delle aspirazioni francesi alla bellezza e all’ideale di ‘fratellanza’ universale, Macron si sofferma esplicitamente sulla laicità francese. Ricorda che «quando la Repubblica, poco più di 120 anni fa, decise la separazione tra Chiesa e Stato, diede forma a una laicità francese che non è affatto una negazione della religione» e spiega che la «Repubblica ritiene suo dovere permettere a ogni persona, in coscienza, di pensare ed esprimere il proprio punto di vista in ogni ambito della vita, di credere o non credere, in privato come in pubblico, purché rispetti le leggi».

Nel farlo, Macron sembra introdurre ai suoi concittadini l’intervento del papa, quasi per prevenire una critica politica e sociale in termini di laicità. Prosegue, infatti, parlando al papa ma rivolgendosi di fatto al pubblico: «È in questo contesto, Santo Padre, che vi rivolgerete alla coscienza di tutti i francesi che si identificano nel pensiero e nell’azione con ciò che rappresentate, a loro, a tutti coloro che, in Francia come altrove, sono attenti a ciò che avete da dire al mondo, e di questo mi rallegro». Le coordinate della laicità francese entrano poi nel vivo quando Macron affronta il tema della violenza subita dai credenti a causa della religione. Dando conto dell’aumento di queste «intollerabili manifestazioni di intolleranza» in Francia, ritiene quindi di dover precisare che queste «colpiscono al cuore la fede cristiana. Anche le comunità ebraica e musulmana ne sono vittime».

Ancora, più avanti, in riferimento alla ricerca della pace su tutti i fronti, anche sociali, sottolinea che «non c’è cattolico che non sia sensibile a questa lotta per il bene comune. E aggiungerei, non c’è ebreo, non c’è musulmano, non c’è protestante, né cristiano ortodosso o buddista». Chiosa poi che, in fondo, non «c’è nessuno in Francia, credente o meno, che possa rifiutarsi di abbracciare questa ricerca». Il livellamento delle particolarità arriva quindi a mischiare tutti in un generico “nessuno”.

In questi brevi passaggi del discorso si coglie, infatti, lo spirito repubblicano francese e l’antica impostazione laicista che caratterizza i rapporti della Francia con la confessione cattolica e poi, a partire dal XX secolo, con alcune attenuazioni, con le altre chiese e religioni che hanno cominciato a diffondersi, forse fino a imporsi, nel contesto pubblico francese. Infatti, il passaggio dalla tolleranza religiosa (secondo il noto principio della Pace di Westfalia, 1648: cuius regio eius et religio) alla laicità dello Stato (Locke nell’Epistola de tolerantia, 1689; e poi Kant nella Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?, 1784) si sviluppa in modo diverso negli Stati in cui si declina. Tra questi, il modello francese è il più aspro nei confronti della Chiesa cattolica, che nel XVIII secolo, per l’emergente borghesia rappresentava l’ancien regime da cui liberarsi economicamente e istituzionalmente. L’ostilità rivoluzionaria comportò la definizione della neonata repubblica francese come spazio pubblico neutro, in cui nessuna convinzione religiosa avrebbe dovuto esprimersi, ciò per garantire l’avvento di una cittadinanza libera da vincoli politici, culturali ed economici con istituzioni antiche e globali in grado di contendere al nuovo Stato la coesione sociale. Di lì in avanti la laicità francese è sempre stata intesa come netta separazione tra Stato e confessioni religiose.

La Chiesa cattolica, caratterizzando molta della cultura e dell’esperienza francese a tutto tondo, è sempre stata considerata la prima religione da cui prendere le distanze nel contesto pubblico per queste ragioni storiche appena ricordate. Tuttavia, oggi, l’emersione nel territorio francese di sempre più coese comunità sociali organizzate di diverse confessioni religiose, provenienti dall’esperienza colonialista della République nel corso dei secoli successivi, sta imponendo a questo modello serie difficoltà teoriche e operative. In ragione del modello francese, infatti, lo spazio pubblico impone tradizionalmente neutralità e separazione assoluta da tutte le religioni, una vera ‘trascendenza repubblicana’ che non sopporta negli spazi pubblici nessun simbolo religioso, anche in termini di abiti o comportamenti.

Tuttavia, nella società contemporanea questa impostazione è recessiva per diverse ragioni. La prima è di tipo istituzionale. Lo Stato non riesce più a garantire il livello avanzato di servizi sociali possibile nel ‘900 e quindi ripensa anche in Francia la sussidiarietà e la relazione dello Stato con i gruppi sociali, le confessioni religiose organizzate e quella dello Stato con gli individui e il loro spazio di libertà. Questo tema si intreccia con la seconda ragione di crisi della laicità francese. La necessità storica di affermare una cittadinanza ‘neutra’, cioè senza differenze, si è esaurita con l’implosione della globalizzazione di inizio XXI secolo. Oggi, infatti, anche in ragione delle conseguenze del colonialismo francese, dell’urbanizzazione ghettizzante e, appunto, della politica laicista di separazione tra spazio pubblico e privato, emerge una necessità dell’individuo di ‘ricostruzione identitaria’, ridefinizione della propria fisionomia personale e sociale.

La religione, compressa nel privato, spinge oggi un rinnovato e virtuoso impegno pubblico delle comunità culturalmente più attrezzate; oppure, in un cotesto più disagiato, spinge verso una radicalizzazione delle pretese individuali o sociali sul piano pubblico e politico. Si pensi, per il cristianesimo, alle derive xenofobe o, per l’islam, alle derive fondamentaliste e destabilizzanti in nome della violenta affermazione religioso-culturale (tutti i più rilevanti casi di tensione religiosa in Francia del XXI secolo riguardano il rapporto dello Stato con l’islam, a partire dai fatti di Charlie Hebdo e Bataclan).

Leone XIV nel suo discorso in quella stessa sede, tratteggia i contorni della «giusta laicità»: «non consiste quindi nell’escludere la religione dalla sfera pubblica o dall’istruzione, ma nell’impegnarsi affinché lo Stato e le istituzioni religiose dialoghino tra loro e uniscano le loro forze al servizio del bene comune, affinché il mondo abbia la vita». Richiama quindi «l’instancabile opera della Chiesa cattolica, attraverso la ricchezza delle sue espressioni e istituzioni», «certamente preziosa e lodevole per il benessere dell’intera società». Il pontefice sottolinea come questi «scambi illustrano in modo molto positivo quella sana complementarità che è stata riaffermata durante il Concilio Vaticano II, nel senso che «[la comunità politica e la Chiesa], anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro».

Si sente in queste parole una eco dei tanti discorsi di Benedetto XVI sulla “laicità positiva”. Tra questi l’intervento nel 2008, proprio durante un viaggio apostolico in Francia, che traccia coordinate che ben si applicano alla società francese di oggi e al ruolo della religione, anche non cristiana in quel contesto: «In questo momento storico in cui le culture si incrociano tra loro sempre di più, (…) [è] fondamentale infatti, da una parte, insistere sulla distinzione tra l’ambito politico e quello religioso al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini che la responsabilità dello Stato verso di essi e, dall’altra parte, prendere una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società».

Non a caso, Leone XIV fa emergere nel suo discorso gli elementi propri della originalità cattolica per una ‘fraternità’ (e non ‘fratellanza’) all’insegna di questo rapporto: la tutela della vita, la difesa dalle manipolazioni della tecnica, l’impegno per il medio-oriente e, tema per lui centrale a partire dal suo habemus papam, la pace, unità e prosperità.

E poi la chiusura, ancora, sulla laicità giusta: «una Chiesa che pretenda di disinteressarsi delle questioni temporali non adempirebbe appieno alla propria vocazione; e un presidente della Repubblica che pretenda di disinteressarsi della Chiesa e dei cattolici verrebbe meno al proprio dovere».

 

Scritto da
Paolo Bonini

Dottore di Ricerca in Diritto pubblico, comparato e internazionale (PhD), è giornalista pubblicista, Avvocato e ricercatore universitario.

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