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La festa per il “Piscinin”: l’addio a Franco Baresi è l’occasione per ripensare lo sport

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Il 4 agosto Milano si è fermata per salutare il “Piscinin”. Ai funerali di Franco Baresi in Piazza Sant’Ambrogio si sono riunite più di tremila persone per salutare il Capitano. Erano presenti tutti: ex compagni, avversari, dirigenti, politici, uomini e donne delle istituzioni, tifosi e persone di ogni età. Il lungo tributo è stato un vero momento di festa, non soltanto il ricordo di un grande calciatore, ma un ringraziamento a un uomo che, con il suo modo di vivere lo sport, ha saputo tracciare una strada. Baresi è riuscito a lasciare un’eredità che va ben oltre i risultati sportivi e le coppe vinte.

Oggi siamo abituati a un calcio fatto di continue dichiarazioni, scandali, polemiche e protagonismi; il Capitano era l’opposto: un leader silenzioso, che parlava poco e lavorava molto. Franco guidava la squadra, e soprattutto i giovani, con l’esempio, senza mai prendersi meriti o cercare i riflettori. Il suo insegnamento è stato uno solo: si può essere leader accompagnando i compagni di gioco a diventare uomini per gli altri, senza inseguire costantemente visibilità e notorietà.

Per questo l’ultimo saluto a Franco Baresi porta con sé un significato che va oltre il calcio. Le migliaia di persone che si sono raccolte in Piazza Sant’Ambrogio dimostrano che oggi abbiamo bisogno di figure credibili, capaci di incarnare valori come il rispetto, la responsabilità, la lealtà e il senso di appartenenza.

Questi sono valori che troppo spesso, con nostalgia, rimandiamo a un passato glorioso, ma di cui oggi abbiamo assoluto bisogno. In una società che premia l’effimero, il rumore e il risultato immediato, Franco Baresi ci ricorda che la credibilità si costruisce con il lavoro di squadra, giorno dopo giorno.

Lo sport, quando è vissuto con autenticità, non produce soltanto campioni: forma persone. Questa visione si può costruire nei campi di periferia, nei vivai, nelle palestre, nelle scuole e nelle società sportive che forgiano il carattere di una generazione. È lì che si impara a rispettare l’avversario, ad accettare una sconfitta, a mettere il gruppo davanti all’interesse personale. Non possiamo più dimenticare questa missione educativa; se lo facciamo, lo sport perde la sua funzione più importante: quella di educare a essere uomini e donne per gli altri, sostenendosi in un percorso di crescita e di inclusione.

Per questo l’eredità del “Piscinin” riguarda tutti noi, non solo i tifosi del Milan. Le recenti Olimpiadi e Paralimpiadi di Milano-Cortina ci hanno mostrato la vitalità e l’entusiasmo dei volontari e del movimento olimpico: esperienze che resteranno anche quando avremo dimenticato le vittorie. Restano gli esempi e le persone a ispirare i giovani, molto più di qualsiasi coppa o trofeo.

Per questo Milano e la sua gente si sono fermate: non per nostalgia di un uomo o di un calcio che non esistono più, ma per ricordarsi che esiste ancora un modo di vivere lo sport capace di trasmettere valori, educare, unire e costruire una comunità. Solo trasmettendo questi valori alle nuove generazioni, Franco Baresi continuerà a vivere ogni volta che un ragazzo entrerà in campo.

 

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