Le narrazioni mediatiche tendono a valorizzare lo scontro e la contrapposizione, orientando sempre più l’opinione pubblica a trascurare la dignità della persona e le lezioni della storia. È urgente recuperare la memoria storica per orientare le scelte del presente e del futuro. Le sofferenze dei Balcani rappresentano una testimonianza ancora viva.
Alla fine del secolo scorso abbiamo assistito nel cuore dell’Europa a un conflitto di amplissima portata fondato sulla repressione dei valori identitari dei popoli e su differenziazioni culturali e antropologiche. «Sei Stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito»: questa la filastrocca nazionale che meglio riassumeva la condizione della Jugoslavia nella seconda metà del Novecento.
Con la morte di Tito (1980) e con la dissoluzione dell’URSS e della Jugoslavia (1991), la ricerca di un nuovo equilibrio di potere accese le tensioni interne ai Balcani fino a far esplodere una guerra totale. Inseguendo sogni di predominio, minoranze bellicose e spinte da interessi economici hanno strumentalizzato le identità etniche e religiose, utilizzate per accentuare le differenze e le rivendicazioni, spingendo a un conflitto fratricida combattuto casa per casa, strada per strada. Dal giorno all’altro, il vicino di casa è diventato il nemico da combattere.
Gli scontri maggiori si concentrarono fra il 1991 e il 1999: iniziati in Slovenia, si propagarono velocemente e caoticamente, in una corsa verso l’inferno dell’odio. Tra le battaglie e gli assedi da ricordare: Vukovar (Croazia 1991), Sarajevo (Bosnia 1992-1996), Srebrenica (Bosnia 1995). Il genocidio di Srebrenica rappresenta uno degli atti di pulizia etnica più efferati della storia dell’Europa contemporanea: le milizie serbo-bosniache di Mladić uccisero con metodi sistematici ottomila musulmani, nel luglio del 1995.
Le istituzioni internazionali non riuscirono a prevenire la guerra e intervennero con colpevole ritardo, nella prospettiva di tutelare i propri interessi più che nella direzione di costruire la pace. La NATO decise di agire nel 1995 con l’operazione Deliberate Force e poi di nuovo nel 1999 con l’operazione Allied Force in Kosovo, questa volta senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’UE cercò di sostenere una strada diplomatica, ma con troppe atonie interne, spinte da una sempre crescente competizione tra gli Stati europei.
La ferocia di un conflitto nel cuore dell’Europa e l’incapacità degli Stati europei e delle grandi potenze globali di evitare la guerra ci portano ad affrontare difficoltà geopolitiche ancora attualissime: l’inefficienza dell’ONU e la sua capacità di deterrenza, il mondo musulmano spaccato in due e impegnato a sostenere precisi attori nazionali, un diritto internazionale inefficace, il grande fenomeno migratorio di donne e uomini impegnati a fuggire dalla guerra.
Queste stesse dinamiche – strumentalizzazione delle identità, debolezza delle istituzioni internazionali, ritardi e divisioni dell’Occidente, flussi migratori generati dalla violenza – tornano oggi con forza drammatica. In Ucraina, dal 2022, assistiamo a una guerra di aggressione che ha riportato nel cuore dell’Europa la logica della conquista territoriale e della negazione dell’identità nazionale altrui. In Medio Oriente, il ciclo di violenza tra Israele e Palestina, e le ferite ancora aperte della Siria e dello Yemen, mostrano quanto sia facile trasformare le differenze religiose e culturali in strumenti di odio e di potere. Ovunque, le migrazioni forzate continuano a mettere a nudo l’incapacità collettiva di prevenire i conflitti e di offrire risposte umane e politiche adeguate.
La pace nei Balcani è stata raggiunta, con un grande sacrificio di vite umane, dalla volontà dei popoli di costruire una convivenza possibile, di curare le proprie ferite e di vivere la relazione con il nemico di ieri con comprensione e fraternità. Il dolore della guerra è ancora vivo nei cuori dei popoli dei Balcani e costituisce un grande richiamo per tutti noi: i crimini contro la vita non possono essere considerati errori, sono orrori della storia.
La Magnifica Humanitas ci richiama a una profonda consapevolezza: «senza una memoria viva degli orrori della guerra, le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi di una visione delle conseguenze a lungo termine» (Mh, 191).
La politica estera dell’UE ha fatto tesoro dell’impasse prolungata di quegli anni? La deterrenza dell’ONU è destinata a restare non effettiva? Dopo trent’anni, cosa rappresenta oggi la NATO? Queste le domande ancora aperte, rese ancora più urgenti dalle guerre in corso.
L’attuale condizione dei Balcani ci insegna come una coesistenza pacifica sia possibile, pur sussistendo ancora alcune tensioni, fondandola sulla memoria della storia, sulla tutela dell’umano e sulla convinzione che il perdono sia l’unica via da percorrere per andare avanti. È una lezione che non possiamo più permetterci di archiviare, mentre l’Europa e il mondo affrontano nuove ferite che rischiano di riprodurre, sotto altre forme, gli stessi orrori.