Nella giornata di sabato 19 settembre a Roma, si è riunito per la prima volta il Consiglio di Comunità, l’organo partecipativo e plurale della Fondazione Comunità di Connessioni. In questi anni di cammino comunitario, gli incontri di Comunità di Connessioni sono stati l’occasione per riflettere e osservare i cambiamenti profondi in atto nella società odierna: dagli equilibri internazionali all’economia, dal lavoro alla comunicazione fino a come si costruisce e trasmette il sapere. Più volte nelle scorse edizioni della Scuola di formazione politica è stato analizzato e messo in discussione il linguaggio adottato dalla politica, che sembra essere sempre più caratterizzato da parole di guerra e di odio. Un modus operandi che trasforma lo spazio democratico in un luogo dominato dalla legge del più forte. Una parabola purtroppo normalizzata, nonostante le conseguenze di scelte politiche tese solo ad affermare la propria supremazia sugli altri siano sotto gli occhi di tutti.
Proprio su questi temi si è focalizzata la riflessione di Padre Francesco Occhetta che ha aperto i lavori del Consiglio. Padre Occhetta ha riassunto così lo spirito con cui Connessioni si appresta ad iniziare il suo annuale percorso di formazione: “Per arginare questa ondata dis-umana, noi desideriamo contribuire a formare una classe dirigente che a vari livelli si impegni nella vita sociale e politica. E la libertà che vogliamo coltivare deve essere soprattutto una libertà capace di ricostruire fiducia, relazioni, comunità, istituzioni, linguaggi condivisi, progetti e riforme.” E ancora: “dobbiamo prepararci, bisognerà accettare anche il prezzo di essere fraintesi per essere miti. Chi cerca il dialogo, come noi, può essere accusato di debolezza. Chi non accetta schieramenti precostituiti rischia di non avere una parte che lo protegga. Eppure, è proprio questo lo spazio che vogliamo abitare. Vogliamo essere liberi dalle appartenenze per essere radicali nella difesa della dignità umana e del bene comune” ha aggiunto.
La sfida di Comunità di Connessioni è sempre stata quella di ricercare nella spiritualità gli elementi per discernere gli scenari sociali e politici, e allo stesso tempo, di adattare la propria offerta formativa alle sollecitazioni che sono arrivate dal mondo circostante. All’origine del percorso di Connessioni c’è il desiderio di non trattenere ciò che molti dei partecipanti avevano ricevuto, in termini di formazione, competenze, amicizia e spiritualità, ma di rimetterlo in circolo per condividerlo e moltiplicarne il valore. Un’esperienza che ha preso forma nel 2009 negli spazi della Civiltà Cattolica e che negli anni è andata adeguando le sue proposte alle esigenze delle nuove generazioni. Da gruppo informale e ristretto ad associazione, fino a diventare Fondazione nel febbraio di quest’anno. Una comunità di pensiero che vuole provare a tenere insieme ciò che spesso viene concepito come separato: la vita spirituale e la responsabilità pubblica, la cultura e l’azione, la competenza e il servizio, la libertà personale e la costruzione del bene comune.
Una realtà che, riprendendo l’immagine utilizzata da Padre Occhetta, vuole essere come l’acqua limpida la quale scorrendo, continua a generare. “L’acqua nasce da una sorgente, diventa torrente, raggiunge un lago, irriga la terra e continua il suo cammino verso valle – ha spiegato -, finché scorre, genera vita. Quando la si trattiene, ristagna e perde la sua forza generativa. Credo che qualcosa di simile accada anche nelle nostre vite e nelle comunità che costruiamo. Tutti abbiamo ricevuto molto: istruzione e fede, amicizie e competenze, affetto e opportunità. Ma ciò che abbiamo ricevuto non ci appartiene fino in fondo, i doni rimangono vivi soltanto quando vengono ridonati. È allora che si moltiplicano e diventano responsabilità”.
L’invito della meditazione, offerta ai membri del Consiglio di Comunità, è stato quindi quello di ispirarsi alla povertà evangelica, vera possibilità di una vita personale e sociale libera e autentica. A partire dal brano del capitolo 12 del Vangelo di Marco che racconta l’offerta della vedova al tempio, Padre Occhetta ha rivolto ai presenti un invito ad andare oltre le apparenze e scoprire che la gioia più grande della vita è donarsi. “La povertà evangelica comincia da una scoperta: «Quello che sono e quello che possiedo l’ho ricevuto». La vita non me la sono data. Molte delle persone decisive della mia storia non le ho scelte. I talenti che possiedo li ho ricevuti e poi coltivati. Persino la possibilità di amare nasce dal fatto che qualcuno, prima di me, mi ha amato”. Da questa consapevolezza nasce la vera umiltà e, quindi, una postura umana in grado di costruire, davvero, il bene. “L’umiltà può dire: «Valgo, ma il mio valore non me lo sono dato io»”, ha spiegato Padre Occhetta. “Posso riconoscere i miei talenti senza appropriarmene. Posso guardare i miei limiti senza vergognarmene. Posso riconoscere il bene che ho fatto senza pensare che tutto dipenda da me. Dunque posso finalmente essere vero”. Con questo spirito la Fondazione si appresta ad intraprendere il percorso di formazione e i nuovi progetti che si stanno costruendo.