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Rigenerarsi nella crisi: la resilienza climatica come nuova forza collettiva

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Il caldo dell’estate si fa sentire, mentre il ricordo delle recenti alluvioni e tempeste riaffiora sulle prime pagine dei giornali. Il tema della resilienza climatica torna così centrale. Resilienza, dal latino resilire, significa “rimbalzare, tornare indietro”, evocando l’immagine di qualcosa che si piega ma non si spezza. In psicologia indica la capacità di reagire ai traumi e rigenerarsi; in ingegneria è la capacità di un materiale di assorbire un urto; in ecologia rappresenta la ricerca di un nuovo equilibrio dopo una crisi. Oggi la resilienza climatica ci chiede proprio questo: non tornare allo stato iniziale, ma trasformarci, costruendo comunità più giuste e sostenibili.

Nel 2008 Aggiornamenti Sociali definiva già la resilienza come la capacità di riorganizzare la propria vita nonostante le ferite. Un concetto ripreso anche dalla dottrina sociale della Chiesa, che la collega alla speranza. Benedetto XVI, nella Spe salvi, ci ricorda che la speranza ci aiuta ad affrontare il presente se guardiamo a una meta comune, di cui possiamo essere certi. Il percorso di adattamento e resilienza è però un cammino fragile e tutt’altro che facile. Eppure, proprio nei luoghi della nostra debolezza e fragilità possiamo diventare più forti, come ricorda San Paolo. Anche Hemingway scriveva: “Il mondo spezza tutti, ma solo alcuni diventano più forti là dove sono stati spezzati”. Il desiderio di rafforzarsi attraverso questa crisi ci interroga, dunque, su quanto siamo consapevoli della sfida, quanto siamo attivi e quale sia il percorso più giusto da intraprendere.

La consapevolezza della sfida climatica è oggi ben visibile in Europa. Secondo l’ultimo Eurobarometro, l’85% degli europei considera il cambiamento climatico un problema molto serio. Otto cittadini su dieci sostengono l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 e oltre il 77% è convinto che i costi dei danni climatici siano superiori agli investimenti necessari per la transizione verde. Quasi quattro cittadini su dieci si sentono esposti a rischi climatici e ambientali, con picchi superiori al 50% in Sud Europa, Polonia e Ungheria. Tuttavia, molti riconoscono che la responsabilità principale non può ricadere solo sulle singole persone: i governi, l’Unione Europea e le imprese sono ritenuti i principali attori del cambiamento. Inoltre, più della metà degli europei giudica i media tradizionali poco chiari sul tema del clima e quasi il 50% lamenta la difficoltà di distinguere tra notizie affidabili e disinformazione online. Questo evidenzia quanto sia urgente rafforzare la trasparenza, migliorare la qualità dell’informazione e stimolare una partecipazione più attiva e consapevole tra comunità e politica.

Negli ultimi anni, la società si è dimostrata spesso più rapida delle istituzioni nel rispondere alla crisi. La resilienza, infatti, non è solo una questione di informazione o di politiche climatiche. È anche concreta e quotidiana. Lo dimostra il caso della DANA di Valencia, dove la comunità ha saputo reagire meglio delle istituzioni, in assenza di sistemi di allerta efficaci. La resilienza nasce dal basso, nei territori, nei legami sociali. E anche di fronte a eventi più silenziosi, come le ondate di calore, significa prepararsi fisicamente e mentalmente ad affrontare temperature estreme, attraverso strategie personali e collettive, in grado di ridurre lo stress termico e rafforzare la salute pubblica.

Proprio per questo la resilienza climatica richiede oggi modelli nuovi, capaci di integrare ingegneria, scienze sociali ed economia. Su questo fronte, la ricerca sta sviluppando nuovi paradigmi e strumenti in grado di quantificare i rischi climatici in modo multidisciplinare, includendo non solo la capacità di resistere agli eventi estremi, ma anche quella di rigenerarsi e rafforzarsi dopo il trauma. Un esempio concreto di questa visione è rappresentato dal progetto europeo MULTICARE (https://multicare-project.eu), che riunisce partner provenienti da diversi Paesi europei. Tra questi, il Politecnico di Delft, il Comune di Bucarest, l’Università La Sapienza di Roma e l’ente delle case popolari della Campania (ACER), impegnati a sperimentare soluzioni di adattamento climatico nei quartieri più vulnerabili. Tuttavia, molte domande restano aperte nella comunità scientifica. Una tra tutte: come trasformare i percorsi di resistenza e recupero dopo eventi climatici estremi in opportunità di rafforzamento per le comunità locali?

Infine, la sfida si gioca su una domanda essenziale: che tipo di futuro vogliamo costruire e come possiamo imparare a recuperare e adattarci? Costruire sulla roccia, oggi, significa investire nella giustizia sociale, nella coesione, nella responsabilità collettiva e in una visione a lungo termine. In questo tempo di crisi climatica, sociale ed energetica, la vera resilienza non è resistere per tornare com’eravamo, ma trasformare la nostra fragilità in una forza generativa. La grande sfida comunicativa, scientifica e tecnologica consiste proprio nel trovare i presupposti per questa trasformazione. Non si tratta solo di sopravvivere, ma di costruire insieme un nuovo equilibrio, più giusto e più duraturo.

 

Scritto da
Alessandra Luna Navarro

È professoressa presso la TU Delft, ingegnere abilitata in Italia e nel Regno Unito. Laureata in Ingegneria Edile e Architettura (La Sapienza, Roma) ed Ingegneria Energetica (Università di Cambridge, UK), e ha conseguito il Dottorato di ricerca presso l'Università di Cambridge. Nella sua ricerca studia il fattore umano nella transizione verde e nell'adattamento al cambiamento climatico degli edifici e presta consulenza tecnico scientifica su questi temi per i policy-makers e l’industria.

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