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Perdonare per abitare la fraternità

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In italiano, la parola ri-cordare porta con sé un’immagine molto più profonda del semplice “tenere a mente”, dentro c’è il “cuore”, come a dire che ciò che resta davvero non è solo un pensiero, ma qualcosa che abbiamo sentito fino in fondo.

Invece, il termine di-menticare richiama il togliere dalla mente, il lasciare andare un pensiero.  Non esiste davvero un verbo che indichi “togliere dal cuore”. Come se, in fondo, ciò che arriva lì non potesse essere cancellato del tutto. Possiamo tentare di allontanarlo, possiamo renderlo meno doloroso, ma eliminarlo completamente sembra impossibile.

Ci sono momenti della vita in cui il cuore si appesantisce. Gesti che feriscono, parole non dette, silenzi che fanno rumore, sicuramente ognuno di noi nel corso della sua esperienza di vita ha conosciuto la tentazione del rancore o il dolore di un’offesa difficile da dimenticare. Sono ferite che non sempre si intravedono, ma che talvolta ci cambiano in profondità, mettendo alla prova la nostra capacità di andare avanti.

Ed è proprio quando il cuore è diviso tra il desiderio di giustizia e il bisogno di pace, nasce una domanda: ma siamo davvero in grado di perdonare?

Ma che cos’è il perdono? Nel cuore della tradizione cristiana, Gesù in croce pronuncia queste parole: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”; nel momento più estremo della sofferenza, non c’è vendetta, non c’è odio ma c’è una misericordia che supera ogni logica umana, mettendo in evidenza che il perdono non è debolezza ma forza pura.

Dal punto di vista psicologico, il perdono non è un atto improvviso né un obbligo morale, è un processo interiore, nel momento in cui si subisce un’offesa, il nostro sistema nervoso reagisce: si prova rabbia, a volte anche il bisogno di “vendicarsi”, ed è tutto umanamente comprensibile.

Il passo necessario nel cammino del perdono è la consapevolezza di orientare la propria vita all’amore e non alla paura. Se vogliamo amare davvero, dobbiamo tenere aperti la mente, lo sguardo e il cuore, cercando di non rinchiudere chi vogliamo bene nelle caselle ristrette di ciò che pensiamo di sapere e della paura del dolore.

E quando abbiamo motivo di perdonare, è necessario cercare di combattere i pre-giudizi dettati dalla memoria e lasciare all’altro, anche quando ha sbagliato, la possibilità di ricordare che il valore della sua persona va al di là del torto che ci ha fatto subire, perché l’amore è una scelta. Scegliere di amare significa impegnarsi a costruire, a riparare, a restare aperti anche quando sarebbe più facile chiudersi. In questo senso, perdonare è uno degli atti più autentici d’amore: verso gli altri, ma soprattutto verso sé stessi. Significa concedersi la possibilità di andare avanti senza il peso del passato, abitando l’oltre della fraternità.

Non è il conflitto a rendere vivo il cuore dell’uomo e vera la sua vita ma è la sua ricomposizione, fatta di sintesi, mediazione e comprensione.

Concludo con le parole di Pietro chiede a Gesù: “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello? Fino a sette volte?” E Gesù risponde: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette” (Matteo 18,21-22). È un invito a non contare, a non mettere limiti all’amore, perché il perdono è un processo che cresce dentro di noi, poco a poco. E forse, alla fine, il senso più profondo del perdono è tutto qui: non cambiare il passato, ma cambiare il rapporto che abbiamo con esso, per poter tornare – lentamente – a vivere senza portarne tutto il peso, costruendo con speranza un futuro fondato sull’amore per l’altro.

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